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Samuel Beckett (Foxrock 1906 - Parigi 1989)

Scrittore irlandese, si stabilì nel 1938 in Francia. Scrisse romanzi, opere narrative e teatrali in francese che poi tradusse in inglese. Fu interprete della crisi dell'uomo moderno, della solitudine, dell'impossibilità d'espressione, dell'assurdo umano. Sottile conoscitore delle tecniche delle avanguardie, Beckett le utilizza negando loro ogni valore e finalità. Tra le sue opere: Novelle e testi per nulla (1955); Collected poems in English and French, (1935 e 1977). Per il teatro: Aspettando Godot (1948); Finale di partita; Giorni felici. Nobel nel 1969 per la letteratura.


Aspettando Godot (En attendant Godot)

Data di composizione: 9 ottobre 1948 - 29 gennaio 1949. Prima rappresentazione: Parigi, Théatre de Babylone, 3 gennaio 1953. Prima edizione: Editions de Minuit, 1952

Aspettando Godot è senza dubbio la più celebre opera teatrale di Samuel Beckett nonché uno dei testi più noti del teatro del Novecento.

Nel primo atto due uomini vestiti come vagabondi, Estragone e Vladimiro, si trovano sotto un albero in una strada di campagna. Sono lì perché un certo Godot ha dato loro appuntamento. Il luogo e l'orario dell'appuntamento sono vaghi. I due non sanno neanche esattamente chi sia questo Godot, ma credono che quando arriverà li porterà a casa sua, gli darà qualcosa di caldo da mangiare e li farà dormire all'asciutto. Mentre attendono passa sulla stessa strada una strana coppia di personaggi: Pozzo, un proprietario terriero, e il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio dal primo. Pozzo si ferma a parlare con Vladimiro ed Estragone. I due sono ora incuriositi dall'istrionismo del padrone, ora spaventati dalla miseria della condizione del servo. Lucky si rivela tuttavia una sorpresa quando inizia un delirante monologo erudito che culmina in una rovinosa zuffa tra i personaggi. Pozzo e Lucky riprendono il loro cammino. Intanto è calata la sera. Godot non si è fatto vivo. Arriva però un ragazzo, un giovane messaggero di Godot, il quale dice a Vladimiro e a Estragone che il signor Godot si scusa, ma che questa sera non può proprio venire. Arriverà però sicuramente domani. I due prendono in considerazione l'idea di suicidarsi, ma rinunciano. Poi pensano di andarsene, ma restano. Il primo atto finisce qui. Nel secondo atto accadono esattamente le stesse cose. Vladimiro ed Estragone attendono sotto l'albero l'arrivo di Godot. Di nuovo vedono passare Pozzo e Lucky (Pozzo nel frattempo è diventato cieco, sull'albero sono spuntate due o tre foglie). Di nuovo si intrattengono con il padrone e il servo. Di nuovo Pozzo e Lucky se ne vanno. Di nuovo arriva il messaggero a dire che Godot stasera non può venire ma verrà sicuramente domani. Di nuovo prendono in considerazione l'idea di mollare tutto. Di nuovo rinunciano. Fine.

La recensione più celebre di quest'opera resta quella scritta da Vivian Mercier all'indomani della prima londinese del 1955: "Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte". E tuttavia la vera domanda ritorna: cosa c'è di così assurdo in Aspettando Godot? A ben vedere è tutto estremamente plausibile: due uomini attendono un terzo uomo. Questo terzo uomo non arriva. L'assurdo di Ionesco, di Adamov, di Genet, di Pinter, gli altri esponenti di questo genere, è totalmente diverso. Nelle opere più note di Ionesco, ad esempio, troviamo pompieri che fanno irruzione in case tranquille o rinoceronti impazziti. Qui l'assurdo è sinonimo di surreale. In Aspettando Godot invece è tutto terribilmente reale e al tempo stesso meta-reale. Perché se La cantatrice calva di Ionesco mette nel mirino la società borghese occidentale, il Godot di Beckett mette nel mirino l'Uomo al di là di qualunque connotazione politica, sociale, geografica e storica. Qualcuno ha detto che la differenza tra il mito e il romanzo è che il romanzo parla di lumi a petrolio oppure di lampadine alogene mentre il mito parla della luce. Aspettando Godot è senza dubbio ascrivibile a questa seconda categoria.

Aspettando Godot è una tragicommedia costruita intorno alla condizione dell'attesa. Quasi nessun critico si è però voluto accontentare di questa semplice (eppure universale) chiave di lettura. In Godot si è cercato di vedere un simbolo: Dio (il più spesso citato), il destino, la morte, la fortuna. Anche Pozzo e Lucky sono stati oggetto di tentativi di decifrazione (il capitalista e l'intellettuale è stata l'interpretazione più spesso adottata). Quello che è chiaro, tuttavia, è che se si sostituiscono i personaggi di Beckett con dei simboli la forza poetica del testo subisce un colpo non indifferente. La grandiosità di Godot sta proprio nella sua astrattezza, o meglio nella sua totale apertura: il che non significa che chiunque è libero di vedere in Godot quello che meglio crede, ma che l'attesa di Vladimiro ed Estragone è l'Attesa con la A maiuscola, la sintesi di tutte le attese possibili.

L'idea dell'attesa è quella intorno a cui ruota anche l'analisi compiuta da Annamaria Cascetta nel suo studio sulla drammaturgia di Beckett: "Quel che si deve fare è 'passer le temps': l'espressione, ripetuta più volte, assume il rilievo di una chiave: passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo". E a sostegno elenca una circostanziata serie di riferimenti biblici per poi concludere: "La domanda, forse l'unica domanda che veramente interessa [Beckett], è la possibilità o meno che il Fondamento di senso si manifesti [...], che si riveli e incontri gli uomini nella storia: è una domanda alimentata dalla suggestione biblica del Dio che incontra appunto l'uomo nella storia [...] Beckett ama nascondere nei giochi di parole [...] i sensi più profondi: la Bibbia aiuta a passare il tempo, ma anche ad andare oltre il Tempo".

Beckett ovviamente si è sempre rifiutato di fornire spiegazioni. La sua frase più nota, in questo senso, è "se avessi saputo chi è Godot l'avrei scritto nel copione". Anche sul nome Godot, oltre che sulla sua identità, circolano un gran numero di aneddoti (quasi tutti raccolti nelle due biografie fino ad ora edite in Italia: Bair e Knowlson). E molti sembrano avvalorare l'equazione Godot = Dio. "Godo", infatti, è irlandese familiare per "God". Ancora più interessante è l'ipotesi Godot = God + Charlot (tenendo anche conto dell'amore di Beckett per le comiche di Charlie Chaplin). Dunque se per l'uomo (Charlie) esiste dio (God) per la sua versione clownesca (Charlot) esisterà un Godot. Godot è comunque un cognome francese: ci fu un ciclista con questo nome e una volta Beckett salì a bordo di un aereo pilotato da un tale Godot. Lo scrittore lo scoprì solo quando il comandante si presentò con il consueto benvenuto dopo il decollo e fu seriamente tentato di buttarsi dal finestrino ("Non mi fido di un aereo pilotato da un qualunque Godot", fu il suo commento). Rue Godot è una via di Parigi (una traversa di Boulevard des capucines) che un tempo pare fosse frequentata da prostitute. Solo una volta Beckett lasciò intravedere una spiegazione al regista Roger Blin (probabilmente più per depistarlo che per chiarirgli le idee...) dicendo che Godot derivava dal francese gergale "godillot" ("stivale") perché i piedi hanno una grande importanza in quest'opera.

Aspettando Godot costituisce una pietra miliare della cultura del Novecento - oltre che dal punto di vista contenutistico - anche da quello formale: Godot ha di fatto rivoluzionato il teatro contemporaneo. Con la sua messa in burletta del linguaggio teatrale (forse il colpo più terribile), la sua commistione di registri alti e bassi (citazioni teologiche e turpiloquio), il mix dei generi (tragedia, commedia, teatro comico, gag da cabaret), con il suo disinnescare quelli che fino ad allora erano considerati punti fermi intoccabili (azione, trama, significato), con le sue pause, i suoi silenzi, i suoi ritorni inconcludenti, Aspettando Godot ha riassunto, polverizzato e ricreato il teatro. La genialità del suo autore in campo teatrale (di cui Godot, non si dimentichi, non è che la prima di una lunga serie di opere decisive) è dimostrata dal fatto che mentre tutti i suoi contemporanei cominciano ad apparire datati, Beckett continua ad essere un riferimento inevitabile per i teatranti (prima ancora che per gli spettatori).

Come nasce questo capolavoro? In modo del tutto inaspettato. Beckett iniziò a scrivere Aspettando Godot per distrarsi e riposarsi in una pausa di lavorazione alla Trilogia, dopo aver concluso Malone muore e prima di mettersi al lavoro su L'Innominabile, dunque tra la fine del 1948 e l'inizio del 1949. Ricorda Bair: "Beckett, che non aveva allora alcuna idea delle tendenze teatrali del tempo, considerò lo scrivere per il teatro un meraviglioso e liberatorio diversivo". Beckett, soprattutto dietro l'incitamento encomiabile della futura moglie Suzanne, iniziò a proporre il testo a diversi impresari ottenendo una terribile serie di rifiuti. Nel 1950 il manoscritto di Aspettando Godot venne letto dal regista Roger Blin il quale pur non capendo nulla dell'opera si sentì sfidato da quel testo e fu conquistato dall'idea di metterlo in scena. Una serie di problemi (tra cui la morte della madre di Beckett, la difficoltà nel ricevere finanziamenti per la messa in scena e l'indisponibilità di molte sale teatrali) fecero slittare la prima rappresentazione di Godot di quasi tre anni, fino a quello storico 3 gennaio del 1953.

I ricordi di quella prima mitica messa in scena sono raccontati sia da Bair sia dallo stesso Blin (Uno storico debutto in Bulzoni, 1997). Il Theatre de Babylone di Parigi era in realtà un vecchio bazar ristrutturato come sala pubblica in cui erano stati montati un palco e una platea di circa duecento sedie. Tutto fu realizzato con materiale di risulta: "L'albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata [...] La base dell'albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada. Con tre grandi bidoni contenenti lampadine elettriche furono costruiti i proiettori" (Bair). Intorno a questo nuovo improbabile lavoro teatrale si era creata una tale aspettativa che la sera della prima si registrò il tutto esaurito. Il pubblico era costituito da intellettuali, artisti o semplici curiosi. E sebbene i commenti non furono tutti positivi Aspettando Godot divenne un fatto sociale. Qualcuno ricorda che all'epoca la gente si divideva in due categorie: quelli che avevano visto Aspettando Godot e quelli che ancora dovevano vederlo.

Il 1953 è l'anno in cui inizia la vera e propria celebrità di Beckett. Gli editori e i critici iniziano a interessarsi a lui. Aspettando Godot viene rappresentato sempre più spesso e in ogni parte del mondo, spesso con allestimenti discutibili, altre volte sorprendentemente toccanti (come le messe in scena realizzate dai detenuti). In Italia Godot ha avuto esordi stentati e tuttavia significativi: non è un caso che il teatro cosiddetto "minore" si sia accorto dell'importanza di questo testo prima dei circuiti ufficiali. La prima messa in scena italiana in assoluto risale al 1954 e fu realizzata da Luciano Mondolfo su suggerimento di Vittorio Caprioli (che precedentemente aveva fondato il gruppo comico de "I Gobbi" insieme a Franca Valeri). Caprioli (che nell'allestimento di Mondolfo impersonò Pozzo) aveva assistito alla prima mondiale a Parigi e ne rimase così impressionato che, al rientro in Italia, iniziò subito a darsi da fare per la realizzazione. In seguito, come ricorda Cascetta, la fortuna del Godot in Italia conoscerà un'impennata dopo il Nobel del 1969, ma bisognerà attendere gli anni Ottanta per registrare il più alto numero di repliche e il fiorire di allestimenti diversi.


Finale di partita (Fin de partie)

Data di composizione: 1955 - 1957.  Prima rappresentazione: Londra, Royal Court Theatre, 3 aprile 1957.  Prima edizione: Editions de Minuit, 1957

Nel gioco degli scacchi, il finale di partita designa la terza e ultima parte dell'incontro, dopo l'apertura e il mediogioco. Non tutte le partite a scacchi si chiudono con il finale di partita. Se vi è una grande differenza tra la bravura dei due giocatori, spesso il migliore riesce a battere l'avversario già nel mediogioco, quando non addirittura nella fase di apertura. Quando invece i due sfidanti sono entrambi esperti è facile che l'incontro si protragga a lungo e si giunga dunque al finale di partita, una fase caratterizzata dall'esiguo numero di pezzi superstiti sulla scacchiera e dal fatto che il re non è più soltanto un pezzo da difendere ma diventa anche una figura di attacco.

Questo preambolo scacchistico è necessario per analizzare il secondo grande capolavoro del teatro beckettiano: Finale di partita. L'analogia tra il contenuto del testo e il gioco degli scacchi è stata espressa dallo stesso Beckett, il quale tra le altre cose era anche un discreto giocatore.

L'atto unico vede protagonista Hamm, un vecchio e ricco signore giunto al termine della sua esistenza. E' lui il pezzo del re in questo finale di partita, continuamente messo sotto scacco dagli altri personaggi, primo tra tutti Clov, il suo servitore. Il botta e risposta incalzante tra questi due personaggi, che costituisce l'ordito più evidente della trama del testo, sembra veramente un alternarsi di mossa e contromossa. Lo stesso Beckett, durante le prove dello spettacolo allo Schiller Theater di Berlino, spiegò: "Hamm è il re in questa partita a scacchi persa fin dall'inizio. Nel finale fa delle mosse senza senso che soltanto un cattivo giocatore farebbe. Un bravo giocatore avrebbe già rinunciato da tempo. Sta soltanto cercando di rinviare la fine inevitabile".

A differenza dell'ambientazione in fondo realistica di Aspettando Godot (un albero, una strada di campagna, due vagabondi), Finale di Partita si svolge in uno scenario che oggi verrebbe definito post-atomico. Tutto lascia presagire che sia avvenuta una catastrofe che ha cancellato quasi ogni traccia di vita sulla Terra. Hamm, Clov e i due genitori di Hamm sono gli unici superstiti che ci è dato di vedere e che trascorrono i loro ultimi giorni, ormai senza speranza, in quello che sembra essere la sala principale del palazzo di Hamm. La stanza in cui si consuma questa tragicommedia è stata spesso paragonata all'interno di un cranio per via delle due alte finestre centrali che ricordano le cavità oculari. Altri (ad esempio Cascetta) hanno lasciato implicitamente intendere che la scena sia in realtà l'interno di una grande arca che sta solcando il pianeta all'indomani di un nuovo esiziale diluvio. Hamm, cieco e paralizzato sulla sua sedia a rotelle, continua a tormentare Clov dandogli ordini assurdi e poi ritrattandoli in continuazione. Ma anche Clov (l'esatto opposto di Hamm: ci vede ma non può piegare le gambe per sedersi) tormenta a suo modo Hamm, con il suo alternare la minaccia di abbandonarlo al suo ostentare obbedienza. I genitori di Hamm (la madre Nell e il padre Nagg) sono invece ridotti a tronchi umani e vegetano all'interno di due bidoni della spazzatura.

Dal punto di vista della dinamica di relazione tra i personaggi, Finale di partita ricorda molto Porta chiusa di Jean Paul Sartre. La desolata sala del trono di Hamm ricorda la stanza oltretombale in cui sono confinati Garcin, Ines e Estella: "L'inferno sono gli altri". Ogni personaggio è al tempo stesso aguzzino e vittima degli altri. Ma all'epoca del suo debutto Finale di partita venne recepito soprattutto come il grido di disperazione dell'umanità abbrutita dagli orrori della seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio in particolare. Questa lettura storica ha inizialmente offuscato quella metastorica: il tentativo di rappresentare l'assoluta mancanza di senso e l'altrettanto assoluta necessità di trovarlo. Una chiave interpretativa tutta giocata sul piano strettamente filosofico è quella contenuta nel celebre saggio di Theodor W. Adorno, Tentativo di capire Finale di partita (reperibile in Italia in diverse edizioni tra cui SugarCo, 1994, Einaudi/Gallimard, 1994 e Bulzoni, 1997). Adorno tenta, tra le altre cose, di decifrare i nomi dei personaggi. Hamm, secondo il grande filosofo, deriva da Hamlet tagliato a metà. Hamm sarebbe insomma un Hamlet incompleto (e dunque un pezzo di carne, "ham", ridotto come è su quella sedia a rotelle). Quando Beckett incontrò Adorno gli comunicò che la sua interpretazione era errata. Ma Adorno insistette nonostante Beckett si stesse alterando. Il filosofo tedesco era così convinto della sua tesi che continuò a esprimerla in diverse conferenze anche dopo che Beckett aveva chiaramente negato qualunque attinenza tra il suo personaggio e l'eroe shakespeariano.

Ultimato dopo alcune stesure (la prima, risalente all'aprile del 1956, si componeva di due atti) Finale di partita, nonostante l'autore fosse ormai celebre grazie ad Aspettando Godot, stentò comunque a trovare impresari disposti a metterlo in scena. Il testo, l'idea stessa dell'opera, erano troppo distanti dal gusto del pubblico medio. Senza contare che alcuni attori, quando seppero che sarebbero dovuti comparire in scena dentro bidoni della spazzatura, rifiutarono la parte. Fu ancora una volta Roger Blin ad aiutare Beckett in questo difficile secondo esordio teatrale. La prima si ebbe al Royal Court Theatre di Londra, il 3 aprile del 1957 e le critiche furono quasi tutte negative. Ci sarebbe voluto un po' prima che pubblico e critica si accorgessero che Finale di partita è uno dei più grandi capolavori di Beckett.


Giorni felici (Happy days)

Data di composizione: ottobre 1960 - maggio 1961.  Prima rappresentazione: New York, Cherry Lane Theatre, 17 settembre 1961. Prima edizione: New York, Grove Press, 1961

L'ur di Giorni Felici risale al 1956 quando Beckett inizia a prendere appunti per un lavoro teatrale dal titolo provvisorio di Willie-Winnie. Dovranno trascorrere quattro anni prima che l'autore decida di rimettersi seriamente a lavorare al testo e portarlo nel giro di otto mesi alla stesura definitiva.

Nel frattempo, nella vita dell'artista, ha luogo un rilevante evento privato: il 25 marzo del 1961, infatti, Samuel Beckett contrae ufficialmente matrimonio con Suzanne Deschevaux-Dusmenil, dopo più di vent'anni di convivenza. I due presero questa decisione semplicemente per motivi economici (all'epoca la legge francese non tutelava i conviventi e se Beckett fosse morto prima di Suzanne la donna non avrebbe goduto dei diritti d'autore), ma una personalità delicata come quella di Beckett deve comunque aver risentito in qualche modo della presenza di questo vincolo. Ecco perché - sebbene all'epoca del matrimonio il testo di Giorni Felici fosse ormai già compiuto nei suoi tratti principali - non è del tutto peregrina la tesi di Cascetta che individua un'attinenza tra la vita privata del neo-marito Beckett e la prima ed unica opera teatrale dedicata ad una coppia di sposi.

Ancora una volta Beckett ci sorprende con un'immagine scenica al tempo stesso semplice e terribile: una donna conficcata nel terreno fino alla vita. Il suo nome è Winnie ed è lì da tempo immemorabile con un lezioso ombrellino come unico riparo contro sole o pioggia. Accanto a lei, ma quasi fuori dalla portata del suo sguardo, il marito (Willie) che vegeta in un buco nel terreno, come un verme. Alla loro degradata condizione fisica fa da contrasto il tono del dialogo (o meglio del monologo, visto che Willie non dice che poche brevissime battute): un testo che spesso riproduce le dinamiche e i toni del teatro borghese. Winnie stessa è una perfetta borghese, tutta concentrata sulla cura del suo corpo (pettinarsi, truccarsi, essere sempre in ordine) e in un continuo chiacchiericcio da salotto. E Willie è il marito perfetto per questa situazione: borbotta, sopporta con fatica la petulanza della moglie, legge il giornale.

La felicità di Winnie è la chiave dell'opera. Winnie non vuole ammettere che si trova in una situazione infernale. Lei si proclama felice, la sua è una vita felice. Cosa può desiderare di più? Ha la sua borsetta con la spazzola, lo specchio (e una piccola pistola con la quale potrebbe velocemente farla finita, ma significherebbe ammettere la sconfitta della sua esistenza). Ha un marito che può tormentare col suo continuo parlare. E' una vita meravigliosa. E i suoi giorni - che trascorrono tra l'assordante campanello del risveglio e l'altrettanto assordante campanello del sonno - sono giorni felici.

Nel secondo atto la sua condizione diventa ancora più terribile. Winnie si ritrova infatti interrata fino al collo. Non può più distrarsi con la sua borsetta, non può più fare niente altro che stare lì e parlare. Willie è ormai sempre meno presente. Ma nonostante questo lei continua a dire che la sua è una vita felice, che i suoi giorni sono giorni felici. E quando per l'ennesima volta il campanello del sonno porta la pietà delle tenebre sulla sua esistenza larvale lei saluta il giorno felice appena trascorso cantando una allegra aria d'operetta.

Tra le opere teatrali di Beckett, Giorni felici fu tra quelle che riscossero le più feroci stroncature. La più dura fu quella del critico francese Jean Gautier che sul Figaro del 30 ottobre del 1963, si dichiarò indignato per quest'opera vergognosa e insopportabile. Paradossalmente, invece, si tratta dell'opera in cui Beckett ha forse descritto meglio la formidabile ostinazione della vita, l'umano attaccamento all'esistenza anche in condizioni estreme.

Tra le rappresentazioni italiane di Giorni felici una delle più celebri è senza dubbio quella diretta da Giorgio Strehler nel 1982 con Giulia Lazzarini nella parte di Winnie. Sarà proprio il grande regista a chiarire il forte amore per la vita nascosto nell'orrore del testo: "quando nell'allestire Giorni felici io sottolineai, senza una parola in più ma con un accento gestuale, la volontà di vivere 'fino all'ultimo' della protagonista, alcuni critici tedeschi sottolinearono questo fatto con grande e insolita meraviglia per questo ottimismo assegnato alla comune e creduta disperazione di Beckett. Ricevetti allora alcune righe da Beckett stesso che mi diceva di essere estremamente curioso e di volere venire a vedere lo spettacolo e che, comunque, per lui, in un modo o nell'altro i suoi personaggi vogliono sempre affermare la Vita, aggiungendo: anche se è forse la peggiore delle condizioni possibili" ("La Stampa", 27 dicembre 1989).

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