Tragedia:



Secondo una delle ipotesi più convincenti, formulata da Aristotele, l'origine della forma letteraria denominata tragedia è legata al coro in onore del dio Dioniso. In effetti il termine tragedia, di origine greca, è composto delle parole greche trágos (capro) + oidé (canto), poiché agli agoni tragici veniva dato in premio un capro. La tragedia è nata in Grecia tra il VI e il V sec. a. C. La trama usuale vedeva un eroe in una situazione alquanto preoccupante (catastrofe) con esito infelice; era suddivisa in episodi recitati e parti cantate da un coro (stasimi). Il primo dialogo fu scritto da Tespi che lo compose in occasione delle grandi dionisiache nel 534 a. C. La struttura vera e propria fu acquisita nel V sec. grazie ai tre grandi autori Eschilo, Sofocle e Euripide che introdussero gli attori (all'inizio due e poi tre) riducendo via via le funzioni del coro. Anche se la maggior parte dei testi sono andati perduti, ci restano un certo numero di tragedie dei tre grandi poeti tragici. Si ricordano I persiani e la trilogia Orestea di Eschilo; Antigone, Edipo re e Edipo a Colono di Sofocle; Alcesti, Medea e Le troiane di Euripide. Lo schema è costituito da un prologo (prima scena del dramma), seguìto da un parodo (canto del coro che entra in scena), dai diversi episodi inframmezzati dagli stasimi (canti corali) e concluso con l'esodo (uscita del coro). Le tragedie venivano rappresentate negli ultimi tre giorni delle grandi dionisiache. La circostanza dette origine alle trilogie, concluse da un dramma satiresco. Aristotele la considerò la più alta tra le espressioni artistiche e alla sua analisi dedicò la Poetica. Secondo Aristotele in una tragedia possono essere individuati gli elementi fondamentali: racconto, caratteri, contenuto del dramma, linguaggio e musica. La rappresentazione tragica ha la funzione di far partecipare gli spettatori ai sentimenti di pietà e di paura per arrivare a una liberazione emotiva (catarsi). Ai modelli greci si riferirono anche i romani Livio Andronico, Nevio, Accio, Pacuvio ed Ennio. Presso i romani, la rappresentazione perdette comunque la funzione rituale per acquisire quella di intrattenimento pubblico. Quasi tutta la produzione latina, a parte Seneca, è andata perduta. Durante il medioevo, la tragedia scomparve insieme alle altre forme della cultura classica. Solo nel XV sec. iniziò il risveglio con la ripresa degli studi sulla produzione letteraria greca e latina. Nei vari Paesi europei si assisté a sviluppi diversi: in Spagna con Lope de Vega (1562-1635: Il miglior giudice è il re, 1623), P. Calderón de la Barca (1600-1681: La vita è sogno, 1635) e Tirso de Molina (1571-1648: Il beffatore di Siviglia, 1630), in Inghilterra con T. Kyd (1558-1594: Tragedia spagnola, 1582), C. Marlowe (1564-1593: Doctor Faustus, 1604), W. Shakespeare (1564-1616: Romeo e Giulietta, 1595; Amleto, 1601), in Francia con J. Racine (1639-1699: Andromaca, 1667) e P. Corneille (1606-1684: Il Cid, 1637), la tragedia diede frutti insigni già nel Seicento. Per la Germania, sono da ricordare F. Schiller (1759-1805: I masnadieri, 1781) e J. W. Goethe (1749-1832: Faust, 1832). Per l'Italia, sono da citare come autori tragici. Alfieri (1749-1803: Saul, 1783), A. Manzoni (1785-1873: Adelchi, 1822), G. D'Annunzio (1863-1938: Francesca da Rimini, 1902). Tra il Settecento e l'Ottocento la democratizzazione del pubblico ha reso il genere tragico-classico con il suo linguaggio aulico sempre meno rispondente alle attese della società industriale. La sua funzione, secondo i commentatori, è stata assunta dal dramma borghese, nel quale le nuove classi emergenti potranno riconoscere i propri valori. Tra gli autori di drammi, sono da ricordare almeno lo svedese A. Strindberg (1849-1912: Verso Damasco, 1901), il norvegese H. Ibsen (1828-1906: Peer Gynt, 1867), il russo A. Cechov (1828-1906: Zio Vanja, 1899).

HOME PAGE