![]() ![]() ![]() :: Home - page :: Torna al teatro :: Prometeo incatenato :: (in greco) |
Eschilo (Eleusi 525 - Gela 456 a.C.) Le tragedie di Eschilo sembrano superiori come numero a 70; quelle conservateci da manoscritti medievali sono sette: Prometeo incatenato; I sette contro Tebe; I Persiani; Agamennone, Coefore ed Eumenidi; Supplici. Forze trascendenti e immanenti fanno sentire il loro peso sull'azione umana: ereditarietà della colpa, maledizioni operanti nella successione delle generazioni, catena di sangue. Etica e religione caratterizzano il mondo tragico di Eschilo, che ebbe imitatori nel periodo ellenistico, nel teatro romano, in V. Hugo, in Goethe, in D'Annunzio, in O'Neill e in Sartre. Prometeo incatenato L'opera, di difficile cronologia, faceva parte di una trilogia, che comprendeva anche il Prometeo liberato (Promethèus luòmenos) e il Prometeo portatore di fuoco (Promethèus pirfòros), che non ci sono giunti. La collocazione di questi tre drammi è assai discussa, in quanto molti studiosi vedono in successione colpa, pena, liberazione, quindi Prometeo portatore di fuoco, Prometeo incatenato, Prometeo liberato. Il Prometeo incatenato rappresenta pertanto un momento del mito di Prometeo, quando questo Titano, reo di aver disubbidito al volere di Zeus in quanto ha insegnato agli uomini l'uso del fuoco e le arti che ne derivano, viene incatenato per mano di Efesto su una rupe del monte Caucaso. Tutti i personaggi sono divinità: il coro composto dalle Oceanine, che impietosite vengono ad assistere il prigioniero, ne ascoltano i lamenti e anche i vanti: "Non temere! Siamo la schiera amica / che viene alla tua rupe / con fitto ansioso battito di ali, / persuadendone a stento il padre nostro, / trasportate dal vento turbinoso: / quando l'eco dei colpi sul ferro / giunse al profondo della nostra grotta / scacciò il pudore dai nostri occhi limpidi / e subito balzammo, senza sandali, / sul nostro carro alato" (trad. di E. Mandruzzato). Prometeo infatti si lamenta delle sofferenze infertegli, però è orgoglioso di non sottostare al volere di Giove e degli dei: "Voi mi chiedete quale fu l'accusa / per cui mi sfregia: e chiaro la dirò. / Come si assise al trono di suo padre / divise i privilegi tra gli dèi, / a ognuno i suoi, distribu i poteri: / e non contò i mortali, gl'infelici, / ma voleva annientare il loro seme / e seminare un'altra stirpe umana. / Nessuno gli si oppose, tranne me. / Io l'osai. E liberai i mortali / dall'essere dispersi nella morte" (trad. di E. Mandruzzato). Il furto del fuoco, di cui si vanta il titano Prometeo, lo fa simile al Farinata dantesco: "Ma fui io sol" (Inferno, canto X). E' comunque una violazione della dche e come tale è punita; Prometeo afferma minacciosamente di conoscere un segreto pericoloso per lo stesso Zeus, ma il coro delle Oceanine consiglia un tipo di vita armonica, fatto di rassegnazione al destino, di obbedienza al volere divino: "Che difesa, che salvaguardia / ti viene dai figli del giorno fugace? / Non li hai veduti / così fragili e inerti? / Sono come sogni: ciechi, impediti: il volere di chi muore / mai non valica l'ordine di Zeus". A visitare Prometeo giungono Oceano, che gli consiglia la sottomissione, e Io, la vergine argiva amata da Zeus, cacciata per il mondo dalla gelosia di Giunone. Da ultimo giunge anche Hermes, che tenta inutilmente di ridurre Prometeo all'obbedienza, ma una catastrofe tellurica travolge Prometeo e il coro delle Oceanine: "Non è più parola. La terra trema. / E' l'urlo cupo, sordo del tuono, / il bagliore del lampo, il vortice del fuoco, / turbina polvere, i venti s'avventano / violenti, in lotta aperta, / cielo, mare sconvolti. / E' la mano di Zeus su me, / visibile, viene: io tremo. / Guardate, tu santità di mia madre, / tu cielo che volgi la luce del mondo: / quello che soffro è contro la giustizia" (trad. di E. Mandruzzato). In Prometeo c'è il simbolo della theomachìa, della rivolta cioè contro la divinità e quindi contro ogni forza riconosciuta; perciò pur essendo il titano un philànthropos, Eschilo lo condanna di fatto, ma non rinnega la pietas, che trova conforto nella vita dei giusti: il problema quindi è teologico. Shelley, propugnatore di ateismo, fa trionfare Prometeo e cadere Zeus per sempre, ma senza sostituirlo, negando la possibilità d'accordo fra la Divinità e l'Umanità, a un'Umanità prometeica interprete e disvelatrice del pensiero divino; Quinet infine dice che Prometeo non può essere liberato con il consenso di Zeus, ma Zeus deve cadere dinanzi al Dio nuovo dell'Umanità, a Cristo liberatore di Prometeo. Orestea E' l'unica trilogia pervenutaci e per la quale Eschilo ottenne nel 458, con la coregia di Senocle di Afidna, il primo premio. Comprende tre tragedie: Agamennone (Agamèmnon), Le coefore (Coefòroi) e Le Eumenidi (Eumenìdes). Il quarto dramma, quello satiresco, che formava la tetralogia, era il Proteo (Protèus) andato perduto; il suo contenuto (Menelao viene a sapere da Proteo, in Egitto, dell'uccisione di Agamennone) era attinente alla trilogia. La materia dell' Orestea è leggendaria: fu rielaborata da Stesicoro e modificata da Eschilo in maniera tale che ogni tragedia è come un atto della vicenda: la quale ha per argomento le sventure, che pesano sulla famiglia di Agamennone e che, iniziatesi dal capostipite Tantalo, via via attraverso Pelope, Atreo, Agamennone, giungono fino a Oreste; l'espiazione delle colpe antiche si compie con nuovi delitti, che esigono nuove espiazioni; la catena fatale non trova un termine e la volontà divina non sembra voler intervenire. Nell' Agamennone il duce argivo, reduce da Troia, è ucciso insieme con Cassandra dalla moglie Clitemnestra e dal suo drudo Egisto: una macchina ne mostra i cadaveri al coro allibito, mentre Clitennestra fa l'apologia del proprio omicidio, ergendosi a vendicatrice della figlia Ifigenia, uccisa da Agamennone, ed Egisto è imbaldanzito perchè si sente vindice della cena di Tieste sul figlio d'Atreo: entrambi esercitano le loro personali vendette. Questa tragedia è dominata dalla prima all'ultima scena dall'angoscia, che culmina nella scena di Cassandra, centro poetico non soltanto del dramma, ma dell'intera trilogia: tutto il destino della casa degli Atridi rivive in una terribile visione che squassa il corpo e la mente dell'innocente vergine, costretta dal dio a profetare contro la propria volontà: Cassandra vede in un attimo quello che avviene a distanza d'anni, e dei fatti scopre i legami fitti, vittima e giudice insieme. Protagonista del dramma è Clitemnestra, anche se l'opera prende il nome di Agamennone: Clitennestra è una figura complessa, una "donna dal senno virile", ma non è un mostro: è la donna che invoca solennemente giustizia per la morte della figlia sacrificata dal padre, sebbene alcuni critici vedano in lei solo una donna crudele e ipocrita. Nelle Coefore (le portatrici di libagioni) segue la vendetta dei figli di Agamennone, Oreste ed Elettra: questa è spinta da odio verso la madre, che spadroneggia nella casa con Egisto, l'altro è indotto da un ordine di Apollo: fratello e sorella si incontrano e si riconoscono presso la tomba del padre e qui prendono gli accordi. Oreste con l'assistenza di Pilade entra con uno stratagemma nella reggia e uccide Egisto e la madre, divenendo nel frattempo preda delle Erinni, vendicatrici di lei. Infatti nel finale della tragedia "tra fiamme di passione e arsura di pianto, guizzi di tesa razionalità e ventosi deliri, brucia la nuova agonia d'Oreste" (Pontani). Le Erinni, simbolo dello sdegno dei morti consanguinei tradotto nell'assillante rimorso dell'omicida, compongono il coro delle Eumenidi: il matricidio, infatti, è a sua volta un orribile delitto e vuole una nuova espiazione. La soluzione avviene nella terza tragedia, le Eumenidi: Oreste, perseguitato dalle Eumenidi, vaga con la mente ottenebrata dal rimorso in preda al delirio; eppure la sua condizione è veramente tragica: ubbidendo ad Apollo, incorre nel matricidio, ma risparmiando la madre, sarebbe incorso nella disobbedienza al dio e venuto meno ai suoi doveri verso il padre. Il significato più alto delle Eumenidi è da ricercare nella composizione della giustizia severa e inesorabile con la salvezza: così Oreste per sfuggire alle Eumenidi, incitate dall'ombra di Clitennestra, si rifugia nel tempio di Delfi, e di qui per consiglio di Apollo, si dirige verso Atene nel tempio di Atena, la quale lo protegge dalle Erinni, e ascolta le accuse e la difesa di Oreste pronunciata da Apollo; si elegge un tribunale, l'Areopago: la sentenza d un numero di voti favorevoli uguale a quello di voti sfavorevoli, ma per intervento di Atena, Oreste viene graziato e le Erinni rinunciano al proposito di vendicarsi sulla città, diventando Eumenidi, cioè "benevole". La catena dei delitti si arresta e l'incubo sulla casa degli Atridi finisce: la liberazione è avvenuta per un intervento superumano, mentre le lunghe salmodie finali delle Eumenidi placano la teomachia e conciliano agli dei antichi e nuovi un intero popolo. Dall' Agamennone alle Eumenidi c'è una linea sola, un'azione tragica sola, "che si prepara lentamente nella attesa angosciosa della più gran parte dell' Agamennone , scoppia con forza irresistibile alla fine di questo dramma e nelle Coefore, dove tocca la sua acme, poi lentamente si acquieta e si risolve, trova la sua catarsi nelle Eumenidi" (Perrotta): i tre drammi (o atti di uno stesso dramma), simboleggiano il delitto, la punizione e l'espiazione. Sublime è il linguaggio eschileo, che ricorda quello biblico; le figure d'altro canto assomigliano a sculture michelangiolesche. Sette contro tebe E' l'unica tragedia rimasta della trilogia che comprendeva anche il Laio e l' Edipo; con il dramma satiresco La sfinge, formava la tetralogia con cui Eschilo riuscì a battere Aristia e Polifrasmone nelle gare del 467. E' composta di 1078 versi, ma l'ultima parte (dopo il verso 860) è piena di interpolazioni e sostituzioni. L'azione si svolge a Tebe; il coro è composto di giovani donne, che sono angosciate e pregano; i sette re argivi, che stanno assediando la città di Tebe sono respinti dopo accanita e aspra lotta. Sono sempre di fronte due schiere: da una parte Polinice l'aggressore, dall'altra Eteocle, suo fratello, il difensore della patria; entrambi per tragico destino e a compimento di una tremenda maledizione periscono in duello. Il dramma si chiude con una lunga trenodia, che inizia con Antigone, sorella dei due caduti: "[Antigone] Ahi, ahi dissennati! / Non credeste a chi vi amava, / stanchi non eravate / di sciagure, avete distrutto / la casa paterna, / infelici, battendovi in campo! / [Coro] Infelici, e infelice la morte / hanno trovato per la rovina / e la fine della loro casa. / [Ismene] Ahi, ahi della casa / avete atterrato le mura, / l'avete veduto col dolore / quanto è amaro il regno di un solo, / l'avete conclusa la pace / una volta per tutte col ferro. / [Coro] Cose anche troppo vere / ha compiuto l'Erinni del padre, / la Possente, l'Erinni di Edipo" (trad. di C. Diano) La guerra qui non è presentata nel suo momento culminante, ma come la lotta tra la giustizia di cui i difensori si sentono i tutori, e l'empietà degli assalitori: da una parte i guerrieri eroici, dall'altra i guerrieri empi; la fede nella santità della causa è motivo di forza. Il fulcro del dramma sta nella pietas del coro, che dà luogo a slanci commossi di invocazione; ma c'è pure il motivo della libertà del volere. Eteocle è sospinto contro il fratello dall'irrevocabilità della maledizione paterna e dalle ragioni d'onore. Sotto questo profilo è forse "il primo uomo tragico della poesia del mondo" (Regenbogen). Questa è la ragione della risonanza mondiale di questo eroe e anche di questa tragedia, che è invero interamente dominata da Eteocle. I Persiani Fa parte di una trilogia, formata da Fineo (Phinèus) e da Glauco di Potnie (Glàucos Potnièus): è una delle più antiche tragedie greche e presenta una tecnica ancor primitiva, in quanto c'è assoluta prevalenza della parte lirico-corale, mancanza di prologo, nonchè staticità dell'azione. L'intreccio è semplicissimo, sobrio, come tutti gli intrecci eschilei. A Susa, l'antica capitale dell'Impero persiano, un gruppo di vecchi attende con angoscioso presentimento di sventure notizia dell'esercito, che Serse ha raccolto da tutte le terre del suo vasto impero e ha condotto contro la Grecia: "La dea del Fato domina / da sempre. Ed ecco che ai Persiani ingiunse / guerre devastatrici / di rocche, mischie di battaglie equestri / e schianti di città" (trad. di F. M. Pontani). La regina Atossa, madre di Serse, partecipa all'angoscia del coro con materna trepidazione, accresciuta da sinistri presagi: "Mi fanno sempre compagnia la notte, / sogni e sogni, da che mio figlio mosse / le truppe alla conquista della Jonia; / ma non ebbi mai sogni così nitidi / come la notte scorsa. Ora ti dico. / Mi parve che due donne ben vestite, / l'una abbigliata d'abiti persiani, / l'altra di pepli dorici, apparissero, / cospicue assai più che le donne d'ora / per la statura, splendide e sorelle. / L'una abitava in Grecia (era la terra / assegnata dal fato), l'altra in Asia. / Mi parve che facessero baruffa. / Se ne accorse mio figlio, e si sforzava / di tenerle e calmarle: ecco, le aggioga / al carro, con le redini sul collo. / L'una di questo stato era superba, / con la sua bocca docile alla briglia; / l'altra scalciava, con le mani lacera / i finimenti, travolgendo il carro / senza più freno, e spezza il giogo a mezzo. / Mio figlio cade; gli si accosta Dario, / suo padre, in atto di compianto, e Serse, / nel vederlo, si lacera le vesti. / Questo il mio sogno" (trad. di F. M. Pontani). In questa atmosfera, in cui è manifesta la catastrofe, un messo, reduce da Salamina, annuncia la disfatta completa dell'esercito persiano, il terrore e l'orrore dell'imprevisto scontro sul mare, la disperazione degli uomini, l'avversione degli dei, e poi ancora nuovi disastri e nuove stragi nella fuga disordinata e spaventosa: "Oh, la vittoria, se si guarda al numero, / era nostra. Le navi greche, in tutto, sommavano a trecento; c'era, in più, / una decina di mezzi speciali. / Serse, mi consta, ne aveva un migliaio, / e, in più vascelli veloci, d'assalto, per una cifra di duecentosette. / Ecco. Credi che fossimo inferiori? / Ma ci fu un dio che fece traboccare / la bilancia e ci stermina. Gli dei / salvano la città della dea Pallade". Il racconto del messo può considerarsi il centro del dramma, cui convergono in fusa armonia presentimenti e presagi nella prima parte, invocazioni e lamenti nella seconda parte, i quali tutti traggono di qui luce e risalto e insieme continuità e coesione, come bene osserva M. V. Ghezzo. In questo totale smarrimento, i vecchi invocano con devoti richiami Dario, il re defunto: "Nell'isola di Aiace / rossa di sangue, avvolta / dal mare, la Persia è sepolta": lo spirito evocato si leva dal sepolcro, parla con saggezza chiedendo alla regina Atossa, in rapida sticomitia, la causa di tanto turbamento. Condannando la folle impresa del figlio, ne svela le sacrileghe empietà e annuncia nuovi castighi. Verso la fine della tragedia appare lo stesso Serse, il quale assieme al coro s'abbandona a un lamento sulla persiana grandezza: "Ah! / Maledetto destino piombato su me, / inatteso destino d'infelicità / Quale crudo disegno d'un dio s'abbattè / sulla gente persiana? Di me che sarà? / Nelle membra la forza mi manca oramai / com'io guardo costoro, ne vedo l'età". L'azione della tragedia, come si vede, è pressochè nulla, ma la virtù icastica e la forza di drammatizzazione sono rilevanti: mirabile è la narrazione del messaggero, ricca di note visive e uditive; il coro in un certo senso il protagonista della tragedia. Fra i nuclei di poesia più fecondi il Pontani ricorda il motivo della memoria e quello del lamento. Non esiste nel dramma alcuna intenzione civile o politica da parte di Eschilo di celebrare i Greci o di denigrare i Persiani. Unico scopo è quello morale, dimostrare l'esistenza della giustizia divina; per questo la tragedia è concepita intorno all'idea di un castigo tremendo e meritato che s'abbatte sopra il popolo persiano, mentre il lettore o lo spettatore è portato dalla poesia a seguire il modo con cui il popolo persiano apprende, accoglie e subisce il dolore. Appare anche evidente come la storia, pur fornendo l'argomento del dramma, sia subordinata alla poesia: tragedia quindi, in cui l'interesse si concentra non sull'esultanza dei vincitori, ma sulla tristezza dei vinti, ad ammonimento dei Greci stessi perchè il successo non faccia perdere anche a loro il senso della misura. Le supplici Fa parte di una trilogia, completata dagli Egizi e dalle Danaidi e seguita forse dal dramma satirico Amimone: la data della rappresentazione è incerta, ma pare si possa fissare intorno al 490 a.C. Le supplici sono le 50 figlie di Danao, che sotto la guida del padre, dopo una lunga navigazione, approdano in un luogo deserto presso Argo, dopo essere scappate dall'Egitto onde sfuggire alle empie nozze con i 50 figli dell'Egitto, cugini per parte paterna. Quivi giunte e consacratesi a Zeus protettore dei supplici, le Danaidi chiedono aiuto a Pelasgo, re del luogo; ma questi, fra il dovere religioso che vuole che i supplici siano protetti e il timore che si scateni una guerra contro gli Egizi, stabilisce che sia il popolo a decidere; e il popolo decide che le Danaidi siano accolte e protette. Intanto sopraggiungono gli Egiziani, che vogliono riprendersi le fuggitive, ma Pelasgo lo impedisce e le supplici ormai salve esprimono gratitudine ai salvatori, mentre il coro delle ancelle esalta la potenza di Afrodite esortando le Danaidi a saggi pensieri. Bellissimo è il contrasto iniziale tra le figlie di Danao (misandre), guidate dal padre, e Pelasgo, re di Argo: le fanciulle dinanzi a nozze odiate con i cugini egizi chiedono aiuto e Pelasgo, pur cosciente della virilità di un popolo, sente la responsabilità di un assenso alle richieste femminili: "Non posso aiutare voi senza danno, nè d'altra parte è cosa pia spregiare le vostre preci. Non so come agire e timore mi prende il cuore di fare e di non fare e di prendere partito" (vv. 377 segg.). Il terrore delle nozze diviene parossistico e ripresenta l'alternativa della morte; ma la drammaticità si va spegnendo dinanzi alla fede nelle leggi non scritte, che sono parte viva del patrimonio morale di uomini liberi (vv. 946 segg.). L'unità della tragedia sta in questa diffusa atmosfera di preghiera e di religiosità. Verso la conclusione il desiderio di castità che aborrisce il matrimonio contrasta con l'affermazione dell'eros; e soltanto qui l'azione, sempre statica, si muove verso una soluzione. E' il dramma più antico del teatro greco. |