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EURIPIDE
Euripide è l'unico degli altri tragediografi del periodo (Eschilo e
Sofocle) a rendersi conto di dover adattare la sua tragedia alla crisi
della cultura di quel periodo. Ma il suo tentativo di evolvere la
tragedia è mal inteso: molti infatti sono coloro che pensano che egli
sia un eversore della tragedia.
Questa nuova situazione
problematica, comunque, non dà più spazio all'indagine sulla razionalità
umana, ma è ora il momento di affrontare problematiche quali la
condizione della donna, dello straniero, la parola come strumento di
potere... Quindi elemento principale delle tragedie di Euripide saranno
i drammi quotidiani e i rapporti tra gli uomini, e la problematica
maggiore sarà non più il confronto con il volere della divinità, ma con
le scelte degli altri uomini. La figura degli dei non viene eliminata,
ma diviene metafora delle istituzioni e delle convenzioni sociali.
Euripide elabora numerose
innovazioni: introduzione di lunghi prologhi che anticipano la
conclusione, ampio spazio ai discorsi, il frequente tema del
riconoscimento tra persone che ignoravano la loro identità, che esprime
la fiducia nella possibilità di scoprire la realtà dei rapporti umani.
La tragedia di Euripide
oppone dunque da un lato la considerazione depressa della miseria
dell'uomo e dall'altro la convinzione ottimistica che valga la pena
lottare per annientare tutti i pregiudizi.
La vita
e le opere
Euripide nasce intorno al 485
a.C. Fu sempre preso di mira dai commediografi, che trasformavano suo
padre (proprietario terriero) in un bottegaio e sua madre (nobile) in
erbivendola, e parlavano delle sue disavventure coniugali.
La sua famiglia era molto ricca
e per questo Euripide fu educato dai migliori maestri. Non fu mai molto
amato dai suoi concittadini che lo fecero attendere molto prima di
concedergli i dovuti onori, forse perché senza tanti giri di parole
Euripide criticava i comportamenti di molti di loro. Comunque in vita
Euripide non fu una persona socievole: è ricordato come un intellettuale
solitario che componeva in una grotta in riva al mare, non prendeva
parte alla vita pubblica.
Morì presso la reggia di
Archelao (a cui dedicò una tragedia), re di Macedonia. Su di lui erano
narrate leggende sulla sua misoginia (avversione pregiudiziale per le
donne) e sul suo ateismo (si diceva infatti che il suo cenotafio era
stato distrutto da un fulmine).
Fu tanto poco amato nella vita
quanto fu onorato dopo la morte, tramite la rilettura delle opere che
soppiantarono la fama di altri tragici. Di lui ci restano 10 drammi e 10
tragedie (in tutto 19 perché Ecuba compare due volte).
Alcuni
drammi di Euripide
- Ifigenia in Aulide:
La scena è ambientata in
Aulide, in Beozia, nel campo acheo, mentre il coro è composto di donne
calcidesi. Secondo il vaticinio di Calcante, il sacrificio di Ifigenia è
necessario come condizione della partenza della flotta greca. Agamennone
ha scritto alla moglie Clitemnestra invitandola a inviare la figlia con
la scusa di sposarla con Achille. Una seconda lettera cade in possesso
di Menelao che accusa il fratello di viltà; quindi Agamennone torna alla
decisione di uccidere la propria figlia; nel frattempo giunge
Clitemnestra con Ifigenia, che s'incontra con Achille, ignaro delle
nozze, ma tutto viene poi chiarito da Agamennone. Ifigenia supplica
dapprima il padre di non ucciderla, aiutata anche da Achille; poi,
pensando che solo da lei dipenda la salvezza della patria, accetta il
sacrificio supremo e accomiatandosi conforta la madre. La tragedia si
chiude con l'arrivo di un messaggero, che narra la fine eroica di
Ifigenia. C'è una grande dinamica psicologica, il senso del patetico che
si manifesta nella tenerezza dei deboli; sullo sfondo si muove un
esercito bramoso di guerra, ma l'ebbrezza è nella contemplazione del
sacrificio. Bellissima la figura di Ifigenia.
- Ifigenia in
Tauride: Il mito
di Ifigenia è legato con il culto della dea Artemide: infatti Ifigenia
viene sottratta da Artemide al sacrificio in Aulide e diviene ministra
di un rito terribile nella regione taurica, presso il Ponto: bisogna
immolare alla dea tutti gli stranieri che approdano in quella regione,
il cui re è Toante: il coro è formato di schiave greche, la scena è
spaventosa perchè il luogo è inospite e il tempio di Artemide decorato
di teschi e ossa umane. Arrivano Oreste e Pilade: il primo, sempre
incalzato dalle Erinni a causa del matricidio, deve rubare la statua di
Artemide nella regione taurica per portarla nell'Attica. Si svolge un
colloquio fra Oreste e Ifigenia: si chiariscono molte cose senza però
che avvenga il riconoscimento fra fratello e sorella: anzi Ifigenia
offre a Oreste la salvezza, se si impegna a portare una sua lettera ad
Argo. Nasce una gara di eroico sacrificio fra Pilade e Oreste, "fratelli
d'amore, non di nascita" (v. 498); nel frattempo ricompare Ifigenia, che
è entrata nel tempio per prendere la lettera; la porterà Pilade ad Argo;
prima di partire, però, Ifigenia espone a Pilade il contenuto del
messaggio, che sta per affidargli. In tal modo avviene il riconoscimento
fra Oreste e Ifigenia, e i due giovani danno sfogo ai loro sentimenti.
Oreste spiega anche il perchè della sua venuta con l'amico Pilade, ma
tace del matricidio: per far portare via la statua, Ifigenia ricorre a
un trucco: immagina una funzione propiziatoria, che si svolgerà in mezzo
al mare. Toante vi crede, ma quando viene a conoscenza della verità è
troppo tardi. Ifigenia con Oreste, Pilade e la statua sono lontani, la
stessa Artemide ordina a Toante di desistere dall'inseguimento e di
liberare le donne greche a Oreste e Ifigenia ordina invece di istituire
il culto della dea. "Tragedia dell'intreccio e dei sentimenti, in cui la
figura femminile di Ifigenia è la più umana e più viva delle creature
euripidee" (Perrotta).
- Medea:
Medea ha seguito
il marito Giasone a Corinto con i figli, e qui viene a sapere che
Giasone vuole cacciare lei stessa dalla città e sposare la figlia del re
Creonte. Si vuole vendicare: ottiene che la sua partenza sia rimandata
di un giorno e di essere ospitata in Atene dal re Egeo. A questo punto
finge di riconciliarsi con Giasone e manda alla sposa dei regali portati
dai figli: dei vestiti bellissimi, imbevuti di veleno. Dopo la morte di
re Creonte e di sua figlia, Medea uccide i suoi stessi figli e fugge.
- Ippolito:
Porta anche il titolo di Ippolito coronato, con la quale il poeta uscì
vittorioso nel 428: è il rifacimento di un Ippolito velato, imitato da
Seneca. L'azione si svolge ad Atene: il coro è formato dalle donne
trezenie:
protagonista è Fedra, seconda moglie di Teseo, che si è innamorata
perdutamente del figliastro Ippolito. La donna svela la sua passione e
anche il violento dissidio fra l'onestà e l'istinto alla nutrice, la
quale a sua volta riferisce la cosa a Ippolito provocando uno sdegnato
rifiuto. Ippolito
infatti, giovane selvaggio, non giustifica le debolezze del cuore umano;
e Fedra per non sopravvivere alla sua vergogna, anzi meglio per
sottrarsi alle sofferenze della sua passione, si uccide; ma per
un'incosciente smania di difendere il proprio onore e accecata dal
dolore del proprio amore ferito, lascia una lettera menzognera, in cui
accusa Ippolito d'aver attentato al suo onore. Teseo crede alla calunnia
e pieno d'ira maledice il figlio e lo bandisce. Ippolito, pur accusato
ingiustamente, non si difende; e i suoi cavalli, aizzati da Poseidone,
lo travolgono dilaniandolo. La tragedia si chiude con la morte in scena
di Ippolito, che perdona suo padre, mentre Artemide, vero deus ex
machina, svela la verità a Teseo. I personaggi principali sono senza
dubbio Fedra e Ippolito, in cui si incarna, secondo il Pontani, la
problematica dell'eros, che è la sostanza della tragedia: questa inizia
con l'apparizione di Afrodite e si chiude con quella di Artemide, due
epifanie, che riconducono gli esseri umani in un'atmosfera divina. Fedra
è un personaggio femminile potente, che accetta l'etica eroica, la quale
sembra contrastare con la bassezza della calunnia, descritta nella
lettera; ma qui si tratta della rivalsa istintiva del diritto ad amare,
all'eros calpestato dal giovine Ippolito, una rivalsa capace di
provocare un gesto disperato di difesa irrazionale.
- Alcesti: Admeto può
sfuggire alla morte, grazie ad una concessione di Apollo, solo se
qualcuno accetterà di morire al suo posto: questo qualcuno è sua moglie
Alcesti. Dopo una tragica scena di addio, arrivano Eracle e poi il padre
di Admeto, che questi attacca per non aver voluto morire al suo posto.
Eracle, che se ne era andato, torna del tutto ubriaco e scopre che
Alcesti è morta. Riesce a rapirla dall'aldilà e a riportarla a Admeto.
- Andromaca:
Narra le vicende
di Andromaca, vedova di Ettore e ora concubina di Neottolemo, figlio di
Achille, al quale ha dato un figlio, di nome Molosso. Ermione, moglie
legittima di Neottolemo, gelosa di lei a causa della propria sterilità,
tenta di uccidere lei e il bambino con l'aiuto di Menelao. Entrambi sono
però salvati dal vecchio Peleo, mentre Ermione, che teme la vendetta del
marito, viene salvata da Oreste che la porta via per sposarla, dopo aver
ucciso a Delfi Neottolemo: il cadavere di questi viene anzi portato in
scena e pianto dal vecchio Peleo. Da parte sua la dea Teti, che
d'improvviso appare come deus exmachina, predice la futura sorte di
Andromaca, che andrà sposa a Eleno, mentre dal figlio Molosso avrà
origine la stirpe regale della Molossia. Tragedia priva di unità, che si
muove fra personaggi psicologicamente studiati e approfonditi: la
protagonista è senz'altro figura assai cara al poeta e quindi
riuscitissima; il clima del dramma è carico di pathos.
- Le supplici:
L'opera, che
riporta il lettore al tempo della pace di Nicia, fu rappresentata verso
il 420 a.C.: la scena è ad Eleusi, e il coro qui ha una funzione di
primo piano, di tipo eschileo: esso è composto dalle madri degli eroi
argivi caduti in combattimento durante la guerra tebana, le quali sotto
la guida di Adrasto chiedono ai Tebani irremovibili la restituzione dei
cadaveri, e precisamente a Teseo, re di Atene. Impietosita al dolore
delle povere donne, Etra, madre di Teseo, intercede presso il figlio e
riesce a ottenerne il consenso, così quando l'araldo di Creonte, che
nega la concessione della sepoltura, viene per espellere Adrasto, Teseo
cerca di convincerlo, avvertendolo che anche a costo di una guerra
adempirà a questo dovere di pietà. Poco dopo, un messo viene ad
annunciare la vittoria degli Ateniesi, e mentre l'esercito, in preda
alla gioia della vittoria, sta per dare l'assalto alla città, Teseo lo
ferma ricordandogli che è lì solo per compiere un dovere di pietà.
Mentre si svolgono i riti funebri, Evadne, moglie di Capaneo, si
precipita sul rogo del marito; ma verso la fine della tragedia, per
volere di Atena, deus ex machina, si mette pace fra Adrasto e Teseo, e
quindi fra Atene e Argo.
- Baccanti: a Tebe è
giunto Dioniso con le sue seguaci, le Baccanti, che formano il coro. Le
donne della famiglia reale e soprattutto la regina Agave dubitano della
sua divinità. Il re Penteo vuole impedire la diffusione del suo culto,
nonostante gli avvertimenti del nonno Cadmo e dell'indovino Tiresia.
Dioniso, sotto aspetto umano, si lascia catturare e portare davanti al
re, dove viene sottoposto ad un interrogatorio durante il quale si
libera agilmente dalle catene con gioia delle sue devote. Intanto un
messaggero racconta al re le gesta straordinarie delle Baccanti sul
monte di Tebe. Viene convinto da Dioniso a spiarle travestito da menade.
Ma Penteo è scoperto dalle Baccanti, scambiato per un leone e fatto a
pezzi: fra di esse sono anche la madre e la zia di Penteo. Agave porta,
credendolo un trofeo di caccia, la testa del figlio fra le mani, ma
quando si accorge della triste realtà si dispera. A questo punto Dioniso
caccia Agave e le sorelle per aver dubitato della sua divinità e
conforta Cadmo che sarà accolto nel paese dei beati con la moglie.
- Eracle:
Forte è l'impatto emotivo dell'Eracle,
ambientato a Tebe, in cui l'eroe, in preda alla follia, uccide moglie e
figli e risparmia solo il padre Anfitrione, straziato dal dolore. Quando
l'eroe riacquista la lucidità e scopre di aver compiuto il terribile
eccidio, è pronto a darsi la morte, ma in suo soccorso viene Teseo, re
di Atene, che lo invita a seguirlo nella sua città, mentre ad Anfitrione
tocca l'incombenza dolorosa di seppellire i suoi cari.
Il tema della follia dell'eroe è in Euripide segno dell'ambiguità della
sua forza e della sua grandezza: Eracle è il salvatore, il giustiziere,
ma è anche sanguinario e di una violenza inaudita. La strage dei figli è
espressione parossistica del suo desiderio di uccidere Euristeo e i
figli, è la manifestazione estrema e deforme, contaminata, della sua
forza. Quando l' eroe rinsavisce, il suo dolore è per la vergogna, ancor
più che per la consapevolezza della perdita irrimediabile. Alla ferinità
di Eracle si contrappone la "sophrosyne" (saggezza) di Teseo, la virtù
di Atene, fondata sul rispetto delle regole e delle leggi umane e
divine, sulla giustizia e la pietà. Con l' immagine del re che salva l'
eroe, in nome dei valori di civiltà ateniesi, la tragedia si chiude in
una pacificazione che solleva il pubblico dalla violenza atroce della
vicenda cui ha assistito. L'eroe arcaico è finito, insieme ai cari che
ha sterminato, ora il cammino che lo aspetta è quello di uomo, nel
dolore e nella sofferenza, con la sua fragilità. "È uno stolto chi pensa
che ricchezza e potere valgano più di un amico generoso" sono le ultime
parole che Eracle pronuncia sulla scena.
E.R.DODDS -
INTRODUZIONE AL COMMENTO DELLE BACCANTI DI EURIPIDE
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