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Shakespeare

Comunemente si sostiene che il grande drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare sia nato il 23 aprile 1564, tre giorni prima della data di trascrizione del battesimo negli archivi ecclesiastici di Stratford-upon-Avon. Tuttavia è impossibile stabilire per certo il giorno della sua nascita, come anche dimostrare che il genio letterario e teatrale fosse proprio lo Shakespeare nato a Stratford. Resta comunque di fatto che nessun'altra pièce teatrale è stata analizzata o rappresentata quanto le 38 che gli sono attribuite. Opere come 'Amleto' , 'Romeo e Giulietta', fino a 'Re Lear', sono conosciute in tutto il mondo e attuali ancora oggi, quattro secoli dopo che sono state composte, come dimostrano i continui adattamenti moderni. Shakespeare morì a Stratford il 23 aprile del 1616, tre anni dopo essersi ritirato dalla scena teatrale londinese.
 

Enrico V - The chronicle history of king Henry the fift with his battell at Agincourt in France

La gloriosa campagna di Enrico V d’Inghilterra contro la Francia ha indebolito fortemente il suo esercito. Alla vigilia della battaglia, quando la situazione degli Inglesi appare disperata ed essi hanno solo la prospettiva di perdere onorevolmente, Enrico non può prendere sonno e, vagando in mezzo al proprio accampamento, esprime in un monologo divenuto famoso la propria consapevolezza di portare sulle spalle i destini di tutta la nazione, di tanti uomini affidati a lui e che, proprio per questo, possono dormire tranquilli, mentre a lui in cambio non è data che la pompa della corte. Dopo una dolorosa ed estenuante confronto con I generali Enrico V decide di continuare l’attacco; ancora vittorioso, si insedia sul trono francese e sposa la figlia di Carlo VI, Caterina.

 

Amleto - Hamlet, prince of Denmark

All'inizio della tragedia alcuni gentiluomini della guardia, in perlustrazione sugli spalti del castello reale danese di Elsinore, vedono comparire lo spettro in armi del defunto re, padre del principe Amleto, e comunicano il fatto ad Amleto stesso. Questi la sera seguente monta allo stesso spalto, in attesa di scoprire il mistero. Prima che avvenga l'incontro tra padre e figlio, in una scena a corte, il re Claudio, fratello del defunto, annuncia di volerne sposare la vedova Gertrude, atto proibito dalla legge mosaica. Durante la notte, sugli spalti di Elsinore, a un Amleto ansioso, ma al tempo stesso terrorizzato, appare lo spettro del padre, che gli chiede di essere vendicato: infatti mentre dormiva in giardino, il fratello Claudio per l'ambizione di conquistare il trono e il desiderio di sposare Gerltrude, lo ha ucciso versandogli un veleno in un orecchio. Amleto allora si finge pazzo per poter tramare indisturbato la morte del nuovo re. La pazzia viene attribuita all'amore per Ofelia, figlia del cortigiano Polonio, che egli ha un tempo corteggiato, ma che ora respinge. Arriva a corte una compagnia di guitti e questo d occasione ad Amleto di far rappresentare un dramma da lui stesso composto, che narra l'assassinio di Gonzago e riproduce fedelmente quello di suo padre, per mettere alla prova Claudio: questi infatti tradisce palesemente la sua agitazione e si allontana. L'allestimento dello spettacolo offre a Shakespeare l'occasione per descrivere il mondo degli attori e dare indirettamente molte indicazioni sul suo modo di concepire il teatro. Amleto viene mandato a chiamare dalla madre; mentre va a raggiungerla nelle sue stanze, vede Claudio solo, inginocchiato in preghiera, è tentato di ucciderlo, ma si rende conto che non sarebbe una vera vendetta: Claudio ha l'anima in pace e andrebbe in cielo, non all'inferno come si conviene a un assassino. Raggiunge quindi la madre, con cui ha un drammatico colloquio, durante il quale le rinfaccia il legame colpevole con Claudio. Avendo a un certo punto l'impressione che Claudio stia a origliare dietro una tenda, estrae la spada e uccide invece Polonio, che appunto lì si era nascosto. Il re frattanto si prepara ad allontanare Amleto dalla corte: a questo scopo lo invia in Inghilterra accompagnato dai cortigiani Rosencrantz e Guildenstern, che erano stati compagni di studi di Amleto all'università di Wittenberg e che non hanno personalità distinte, sembrano quasi lo sdoppiamento di un unico personaggio. Durante il viaggio, tuttavia, la nave viene catturata dai pirati, che riportano Amleto in Danimarca, mentre Rosencrantz e Guildenstern troveranno la morte in Inghilterra. Ofelia, impazzita per il dolore di essere stata respinta da Amleto, annega, e il principe torna giusto in tempo per trovare il becchino che sta scavando la fossa. Dalla terra smossa viene alla luce il teschio di Yorick, il buffone del re, a proposito del quale egli medita sulla caducità delle creature umane: "L'imperioso Cesare, morto e tramutato in argilla, potrebbe turare un buco per tener fuori il vento". In una grandiosa scena finale tutti i nodi della tragedia vengono alla loro drammatica conclusione: il re invita Amleto a gareggiare con Laerte, fratello di Ofelia, in una partita d'armi, ma fornisce a Laerte una spada con la punta avvelenata, con cui egli ferisce il principe. Nella mischia che segue, i due si scambiano le armi e Amleto a sua volta ferisce Laerte, mentre la regina si disseta con una coppa, anch'essa avvelenata, destinata ad Amleto. Quando la madre cade morente, il principe si rende conto dell'inganno e, saputo da Laerte che egli ha in mano la spada avvelenata, ferisce Claudio e poi lo costringe a bere quel che resta della mortifera pozione. Muoiono i personaggi del male e insieme a essi Amleto, che non ha saputo portare a termine la sua vendetta e può quindi considerarsi contaminato da quello stesso male che non è riuscito a spazzar via dalla Danimarca: il compito di reggere le sorti del paese toccher ora a Fortebraccio, principe di Norvegia, che compare alla fine della tragedia, decretando onori da soldato alla salma di Amleto. Al personaggio del melanconico principe Shakespeare attribuisce alcune delle sue più profonde riflessioni sul destino e sull'essenza della creatura umana: "Che opera è l'uomo, come nobile nella ragione, come infinito nelle attitudini, nella forma e nel movimento come perfetto ed ammirevole, nell'azione come simile ad un angelo, nell'intelletto come simile a un dio; la bellezza del mondo; la pietra di paragone degli animali e tuttavia per me che cos'è questa quintessenza di polvere?".
 

Macbeth

Tutti i temi drammatici e poetici su cui Shakespeare era andato indagando negli anni precedenti trovano la loro espressione più alta nel Macbeth e nei lavori contemporanei: Otello, Re Lear, Troilo e Cressida, Coriolano, Antonio e Cleopatra. Anche il linguaggio acquista particolare complessità, attraverso il gioco delle immagini, che servono a Shakespeare a caratterizzare vicende e personaggi: nel Macbeth, per dare una proiezione visiva agli efferati delitti troviamo soprattutto immagini bestiali. Le immagini sono anche essenziali al teatro elisabettiano per determinare lo scenario in cui si svolge l'azione, dato che il palcoscenico era quasi completamente spoglio, privo di fondale e di quinte: esso aveva solamente sul fondo una piccola zona coperta, chiamata alcova, sovrastata da un balcone, in modo che, se necessario, la recitazione poteva svolgersi a due livelli. La fonte di Shakespeare per questa tragedia è la Cronaca di Holinshed, storico inglese, che a sua volta attinse, per le vicende del regno di Scozia, a più antiche fonti scozzesi. Macbeth e Banco, nobili generali di Scozia, mentre ritornano da una vittoriosa campagna e si avviano alla corte del re Duncan, incontrano in una brughiera tre streghe, che predicono a Macbeth che diventerà prima barone di Cawdor e poi re di Scozia; non inizierà tuttavia una dinastia, mentre Banco, sempre secondo le streghe, sarà padre di una progenie di re (bisogna qui ricordare che nel 1603 era salito al trono inglese Giacomo VI di Scozia, diventato Giacomo I di Inghilterra, che vantava appunto discendenza da Banco). Benchè la civiltà medievale a cui appartiene Macbeth credesse fortemente all'esistenza delle streghe e alla validità delle loro profezie, così come vi credeva il pubblico elisabettiano per cui scriveva Shakespeare, le affermazioni appaiono assurde a Macbeth, che sa che esiste un barone di Cawdor e sa che il re di Scozia, Duncan, ha due figli, Malcolm e Donalbain. Quando tuttavia apprende che il barone di Cawdor è stato giustiziato perchè traditore e che il titolo è stato attribuito a lui dal sovrano in ricompensa dei suoi servigi militari, non può far a meno di prestar credito alla profezia delle streghe. La catena di delitti, che immerge la tragedia in un clima sempre più tetro e spaventoso, matura proprio da qui. Duncan dunque annuncia a Macbeth che si fermerà al suo castello di Inverness: l'occasione di avere il re sotto il proprio tetto spinge Macbeth a progettare un delitto, che egli sa che potrà restare impunito, e a farne parte alla moglie. Appare qui, alla fine del primo atto, lady Macbeth, devota al marito sino al punto da architettare le condizioni del delitto che lo porterà sul trono di Scozia: la donna personifica la sua coscienza del male, che non gli darà tregua finchè non avrà realizzato tutto l'ambizioso programma annunciato dalle streghe. Venuta la notte, Macbeth uccide Duncan nel sonno, imbrattando del sangue del morto i due gentiluomini di camera che, fatti ubriacare da lady Macbeth, si sono addormentati ai piedi del letto del loro signore, invece di vegliare a guardia. L'assassinio non è consumato direttamente sulla scena ma è narrato agli spettatori in parte da lady Macbeth che si trova in una stanza adiacente a quella del re, in parte dallo stesso Macbeth, quando l'atto è stato portato a compimento. Al mattino, quando il delitto viene scoperto, i figli del re avvertendo che al castello di Inverness anch'essi corrono pericolo, si danno alla fuga: questo loro gesto è usato da Macbeth per insinuare che essi debbano sentirsi in colpa. Macbeth prende la corona, ma la sua corte viene frequentata da ben pochi dei nobili di Scozia. Egli che, frattanto, non può dimenticare il destino profetizzato a Banco dalle streghe, decide di sopprimerlo assieme al figlio Fleance, ma costui riesce a fuggire. Subito dopo che i sicari di Macbeth hanno teso l'agguato ai due uomini, il re si appresta a partecipare a un banchetto di corte: durante questo, compare a Macbeth lo spettro di Banco, in una famosa scena di equivoci e di terrore. Unico tra i convitati, Macbeth vede lo spettro così come lo vedono gli spettatori, dato che esso appare in scena secondo il costume del teatro elisabettiano. Tutti prendono posto a tavola, mentre il solo Macbeth rimane in piedi, impedendo al banchetto di avere inizio, dato che Banco, pallido e muto, si è seduto al suo posto. Il delitto è talmente orrendo che questa volta non ne era stata informata nemmeno lady Macbeth, che stenta quindi a capire a che cosa si riferiscano le frasi, apparentemente senza senso, che egli rivolge allo spettro: "Tu non puoi dire che sono stato io: smettila di gettarmi in faccia i tuoi capelli imbrattati di sangue". La donna riuscirà tuttavia a far credere ai presenti che il marito deliri per un attacco di un male che gli è abituale, salvando quindi il segreto. Macbeth, profondamente turbato, torna a consultare le streghe, che gli dicono di guardarsi da Macduff, barone di Fife, e gli preannunciano che nessun nato da donna avrà potere di nuocere a Macbeth: egli non sarà mai vinto finchè la foresta di Birnam non si muova fino a Dunsinane, la collina su cui sorge il suo castello. Sapendo che Macduff si è rifugiato in Inghilterra, Macbeth manda suoi sicari a sterminarne la famiglia. Macduff riceve la terribile notizia mentre sta organizzando una spedizione contro Macbeth assieme a Malcolm (figlio dell'assassinato Duncan; l'altro figlio, Donalbain, si è rifugiato in Irlanda) con l'aiuto del re d'Inghilterra, che offre ai nobili esuli scozzesi un esercito. Frattanto lady Macbeth, non resistendo alla incessante serie di delitti che punteggia il regno del marito, ha perso la ragione e continua a rivivere, in un sogno allucinato, gli episodi del primo delitto, l'uccisione di Duncan. Il primo sangue versato da lei e dal marito è sempre sulle sue mani: "Via, dannata macchia! Via dico! ... Qui c'è ancora l'odore del sangue, tutte le essenze dell'Arabia non profumeranno questa piccola mano". Nella pazzia in cui è ridotta, la regina morrà poco dopo, nel momento in cui il suo appoggio sarebbe stato più necessario a Macbeth, che sta per affrontare la prova decisiva con i suoi nemici e con il proprio destino. L'esercito di Malcolm e Macduff, infatti, per avvicinarsi al castello di Macbeth passa attraverso la foresta di Birnam e, per poter avanzare non visti, i soldati si muniscono di rami d'albero che portano davanti a loro nella marcia: all'allibito Macbeth che osserva la scena dagli spalti del castello pare veramente che la foresta stia dando la scalata alla collina di Dunsinane. Ancora tuttavia egli si sente invulnerabile e scende nella mischia ormai solo, per la morte della moglie e per essere stato abbandonato dai suoi nobili, che sono passati all'esercito liberatore. Ma quando si ritrova a faccia a faccia con Macduff apprende da questi che egli è stato strappato anzitempo dal ventre della madre e sa quindi che il suo destino sta per compiersi: cade per mano di Macduff e Malcolm regnerà sulla Scozia pacificata.

Otello - Othello, the Moor of Venice

Appare subito in scena il personaggio più problematico, Iago, che si lamenta col gentiluomo veneziano Roderigo del fatto che Otello ha scelto a proprio luogotenente Michele Cassio: Iago, che si aspettava questa nomina, mostra nella sua delusione un primo motivo di risentimento contro il Moro. In realtà tutto il male che tramerà ai suoi danni non può essere motivato da questo episodio iniziale e deve perciò spiegarsi, in termini drammatici, con la innata malvagità di Iago. Desdemona, figlia del nobile veneziano Brabanzio, fugge di casa e sposa segretamente Otello, generale al servizio della repubblica di Venezia. Brabanzio lo accusa davanti al Senato e al doge di avergli sottratto la figlia con sortilegi la difesa di Otello mostra come l'unica arte magica usata per conquistare la donna sia quella della parola (caratteristica di questa tragedia, così come il potere della parola sarà quello attraverso cui Iago erigerà il suo mostruoso edificio di distruzione e di male). Con queste parole dunque Otello rievoca di fronte al Senato veneziano il proprio corteggiamento di Desdemona: "Suo padre mi amava, spesso mi invitava, / e sempre mi richiedeva la storia della mia vita ... / E lì io parlavo delle avventure più perigliose, / di terribili vicende per mare e per terra, / di fughe per un capello in imminente rischio di morte; / di quando fui preso dal nemico insolente; / e fui venduto in schiavitù; e il mio riscatto di lì, / e con questo tutta la storia dei miei viaggi; / in cui di vaste spelonche e di vuoti deserti, / di cave pietrose, di rocce e monti, la cui cima tocca il cielo, / mi si chiedeva di parlare, così avveniva". Desdemona ascoltava seria, a volte piangeva al racconto di tante disavventure e "mi invitava, s'io avevo un amico che l'amava, / ad insegnargli semplicemente come narrare la mia storia, / e questo l'avrebbe conquistata". Brabanzio si convince del leale amore del Moro per Desdemona, che pure gli è di tanti anni più giovane. Frattanto il Senato è chiamato a decidere di una questione ben più grave, poichè è giunta notizia di un assalto turco all'isola di Cipro. Otello appare l'unico generale in grado di far fronte a tale pericolo a lui viene pertanto affidato il comando militare dell'isola. Egli dunque fa vela per Cipro, dove si trasferiscono anche Desdemona, Iago, Cassio e Roderigo, vanamente innamorato di lei. Iago attua qui il suo piano diabolico: dapprima, con l'intenzione di screditare Cassio agli occhi del generale, lo fa ubriacare e lo fa provocare da Roderigo, in modo che ne risulti una rissa e Cassio ne appaia la causa; Otello infatti, a seguito di tale zuffa, gli toglie il titolo di luogotenente. Iago in realtà incomincia ora a tessere la propria tela ai danni di Otello. In una lunga e complessa scena (al centro del terzo atto e di tutta la tragedia) Shakespeare ci mostra contrapposti due tipi umani: Iago, intelligente, acuto, prontissimo per la sua freddezza a cogliere le debolezze altrui, e Otello, preda degli istinti, sensuale, legato da un amore appassionato alla bellissima e giovane moglie. Non è difficile a Iago rendersi conto che questo amore è la cosa che sta più a cuore a Otello, così subito insinua dubbi sulla fedeltà di Desdemona e sull'interesse di lei per il già screditato Cassio. Otello perde, come era facilmente prevedibile, il lume della ragione e una serie di circostanze fortuite sembra dargli ragione. Iago fa sottrarre dalla propria moglie Emilia un fazzoletto che il generale aveva regalato a Desdemona e a cui egli attribuiva il magico potere di tener legata d'amore la persona che lo possedeva, e lo fa ritrovare in mano a Cassio. Al tempo stesso induce Cassio a pregare Desdemona perchè interceda presso il marito per farlo tornare alla sua carica di luogotenente. Otello viene a conoscenza di questo incontro. L'inganno di Iago dà i suoi frutti: Otello, non resistendo al pensiero che l'amore che l'unisce a Desdemona sia finito, soffoca la moglie nel letto. Ma, dopo questo estremo sacrificio di quanto aveva di più caro, scopre l'atroce verità. Iago ha istigato, giocando anche qui sulla gelosia, Roderigo a uccidere Cassio, ma questi resta soltanto ferito; Iago provvede allora a uccidere Roderigo per togliere di mezzo un testimone, ma addosso al morto vengono trovate lettere che provano la colpevolezza di Iago il quale verrà quindi imprigionato. A Otello, che non sa resistere al crollo del mondo che lo circonda, all'ingiusta morte della moglie e al tradimento di Iago, che egli credeva amico, non resta che darsi la morte.

Giulio Cesare - Julius Caesar

Durante una cerimonia trionfale in onore di Cesare, Cassio avvicina Bruto, proponendogli di unirsi a un gruppo di sinceri repubblicani urtati dalle ambizioni di potere di Cesare. Il colloquio è punteggiato dalle ovazioni di cui è fatto oggetto Cesare da parte della folla, che addirittura per tre volte gli offre la corona di re: per tre volte lui la rifiuta, ma sempre più debolmente. Cesare esce dall'arena e le prime parole che Shakespeare gli mette in bocca ne tradiscono immediatamente la intima debolezza, dopo il momento del trionfo popolare. Dice Cassio: "Non lo temo; tuttavia se il mio nome fosse suscettibile di paura, non so quale uomo eviterei più volentieri. Vienimi alla destra, poichè questo orecchio è sordo" aggiunge ad Antonio. Se-gue un dialogo tra Bruto, Cassio, Casca e infine Cinna, per gettare le basi della congiura. Il secondo atto si apre con Bruto solo nel giardino di casa: in attesa dell'arrivo degli altri congiurati, medita sul gesto che si sta preparando; non appartiene allo stes-so mondo di ordine e di regole fisse che permette ai suoi compagni di vedere nell'eliminazione fisica di Cesare il gesto concreto che allontanerà la tirannide dai colli di Roma. Shakespeare ce lo presenta come l'eroe stoico, così come l'antichità lo aveva tramandato, ma in realtà il suo personaggio già prelude a quelli che saranno, nella loro compiutezza poetica, i problemi e le esitazioni di Amleto, uomo ben più moderno del mondo medievale che lo circonda. Nella sua meditazione ad alta voce, Bruto avanza a se stesso l'illusoria proposta di eliminare Cesare tiranno, che odia per amore di Roma, lasciando invece in vita l'uomo Cesare, che ama come un padre: "Deve essere per mezzo della sua morte: e per parte mia / non conosco cause personali per oppormi a lui, / se non per il bene comune. Egli vorrebbe essere incoronato: / come questo potrebbe cambiare la sua natura, ecco il problema ... / l'abuso della grandezza è quando esso disgiunge / la pietà dalla potenza; e, per dir la verità di Cesare, / io non ho conosciuto un momento in cui i suoi sentimenti lo dominassero / più della sua ragione. Pure è esperienza comune / che l'umiltà è la scala della giovane ambizione ... / Perciò pensiamo a lui come a un uovo di serpente, / che, covato, diventerebbe, per sua razza, nocivo, / e uccidia-molo nel guscio". Dopo la partenza dei con-giurati, con cui sono state definite le fasi dell'azione, Bruto viene raggiunto in giardino dalla moglie Porzia, che vorrebbe conoscere il segreto che tiene in ansia il marito, ma lui preferisce non parlare. Al coraggioso contegno di Porzia e alla dignità di Bruto fa contrasto la scena tra Cesare che, appena alzato, si appresta ad andare in Campidoglio, e la moglie Cal-purnia, con le sue lamentose insistenze perchè resti a casa (ha avu-to sogni spaventosi): le stesse resistenze di Cesare assumono a tratti la qualità del ridicolo. In effetti non gli mancano gli ammonimenti: durante tutta la notte le più orrifiche manifestazioni naturali si sono susseguite, a significare, come è consueto nel mondo delle immagini shakespeariane, che un grave sconvolgimento nell'ordine umano sta per aver luogo: Cesare minaccia sì di diventare tiranno, ma è pur sempre il vertice della piramide della società umana; se la piramide rischia di essere decapitata, non può che prodursi il caos nel mondo degli uomini, simboleggiato da quello nel mondo degli elementi. Cesare si reca dunque in Campidoglio, nonostante gli avvertimenti sulle idi di marzo. Lì viene avvicinato da Metello Cimbro, con il pretesto di chiedere la grazia per il fratello bandito: mentre Cesare è così occupato, i congiurati gli si stringono attorno e ciascuno vibra la sua pugnalata. Essi inneggiano alla libertà, ma la lotta per il potere non ha tregua e riprende immediatamente: Antonio chiede di poter tenere un'orazione funebre durante i funerali, in cui anche Bruto terrà un discorso. I due uomini giocano qui il loro destino politico, e non a caso Shakespeare scrive in prosa il discorso di Bruto, mentre in versi quello di Antonio. Con questi argomenti razionali il primo spiega al popolo la logica che ha portato all'eliminazione di Cesare: "Romani, concittadini e amici, ascoltatemi per le mie ragioni ... Se vi è qualcuno in mezzo a questa folla, qualche caro amico di Cesare, a lui io dico che l'amore di Bruto per Cesare non fu inferiore al suo. Se allora quell'amico domanderà perchè Bruto insorse contro Cesare, questa è la mia risposta: non che io amavo Cesare di meno, ma che amavo Roma di più". Il discorso di Antonio, immediatamente susseguente, avviene alla presenza del cadavere di Cesare, da Antonio stesso portato in scena: facendo leva sui sentimenti della folla e sui meriti popolari del morto, l'oratore riesce a far capire, senza affermarlo apertamente, come Cesare sia stato assassinato da nemici dello Stato e come a lui debba considerarsi che vada l'eredità politica dello scomparso. Proprio il comportamento della folla, che prima dà ragione all'uno, poi all'altro oratore, costituisce il terreno su cui può scatenarsi la guerra civile. Negli ultimi due atti infatti l'azione si svolge lontano da Roma, nei luoghi dove si combattono le battaglie tra gli eserciti di Bruto e Cassio da un lato e di Antonio dall'altro. A riprova del fatto che Bruto e Cassio, i capi dei congiurati, hanno portato il male a Roma e devono quindi affrontarne le conseguenze, essi hanno una grave lite interna proprio alla vigilia dello scontro: la discordia si è insinuata tra loro e potranno far la pace solo quando Bruto confesserà che il proprio animo era turbato per la notizia della morte di Porzia, uccisasi col fuoco per il dolore della lonta-nanza del marito e sconfortata dalla cre-scente potenza del triumvirato di Antonio, Ottaviano e Lepido. Durante la notte Bruto ha una visione dello spettro di Cesare, che gli minaccia che presto si incontreranno a Filippi. Su questo campo di battaglia infatti si svolge lo scontro decisivo: Cassio, battuto dalle forze di Antonio, crede che ormai tutto sia perduto e si uccide, seguito dal fedele Titinio. Bruto, che aveva in un primo tempo riportato una vittoria su Ottaviano, in un secondo scontro viene battuto. Scorato per la morte di Cassio e sapendo che l' impresa ormai è fallita, si dà a sua volta la morte.

Riccardo III - The tragedy of Richard III

Basato sulle cronache di Halle e di Holinshed (Holinshed, Raphael († Bramcote 1580 ca) storico inglese), tratta dell'ultima parte del periodo storico complessivo rievocato nei drammi shakespeariani, e cioè la conclusione della guerra delle Due Rose, con l'inizio della dinastia Tudor nella persona di Enrico VII, vincitore di Riccardo III. Opera alquanto immatura, risente profondamente, nel delineare la figura di Riccardo come genio del male dai connotati machiavellici, dell'influsso di Marlowe, il quale si era appunto distinto nella creazione di personaggi di dimensioni eroiche e demoniache, dominati da una smisurata sete di potere, come Tamerlano e, in misura minore, l'Ebreo di Malta. La figura del deforme e spietato Riccardo campeggia su tutto il dramma che, anzichè articolarsi in molteplici direzioni come faranno altri drammi storici più maturi, ruota attorno all'analisi psicologica di quest'unico personaggio e alla parabola della sua carriera, presentata come seguente una logica morale. Rientra infatti nello spirito dei morality plays mostrare la caduta finale di questo re ambizioso e assassino, che durante la battaglia di Bosworth vaga invocando un cavallo in cambio del suo regno, come la conseguenza naturale e inevitabile di tutta la catena di delitti di cui si era reso colpevole nell'eliminare tutti i suoi rivali alla corona d'Inghilterra. Questa figura fosca e truculenta, pur senza possedere le profonde complessità di un Macbeth, giunge, nella sua luce tutta negativa, ad acquistare una dimensione di grande potenza, cui contribuisce la veemente retorica che Shakespeare gli conferisce, ricca di invettive e di immagini forti. La vicenda si apre narrando come Riccardo riesca a spingere con l'astuzia suo fratello, il re Edoardo IV, a mettere in prigione l'altro fratello Giorgio, duca di Clarenza. Lo fa quindi uccidere da sicari e gettare in una botte di malvasia. Mentre Anna, vedova del principe di Galles, segue il funerale del suocero, lui le si accosta con offerte d'amore, che lei prima rifiuta con veemenza, quindi finisce per accettare. Morto il re, Riccardo diviene protettore del regno durante il periodo di minorità di Edoardo V e porta avanti il suo piano per impossessarsi della corona. Fa rinchiudere il re fanciullo insieme al fratello Riccardo nella Torre di Londra e, appoggiandosi al duca di Buckingham, si fa proclamare sovrano. I figli di Edoardo IV vengono quindi soppressi nella Torre, e la stessa fine fanno i pari che si oppongono al nuovo re, Hastings, Rivers e Grey. Riccardo riesce addirittura, a questo punto, a ottenere la mano della nipote Elisabetta di York, convincendo a questo la madre, dopo aver ripudiato Anna. Enrico, conte di Richmond, si pone a capo di truppe ribelli per abbattere Riccardo, il quale fa mettere a morte Buckingham, che si è unito a esse. I due schieramenti vengono infine a conflitto in campo aperto, presso Bosworth, e Riccardo, dopo una notte insonne in cui è stato ossessionato dalla visione delle sue vittime, cade in battaglia. Richmond diviene re col nome di Enrico VII Tudor.

Romeo e Giulietta - Romeo and Juliet

Probabilmente composta nel 1595, è un'opera di transizione: appartiene alla fase lirica, che comprende commedie quali il Sogno di una notte di mezza estate, ma, proprio per il finale tragico, prelude già alla successiva stagione delle grandi tragedie. Il linguaggio stesso che Shakespeare attribuisce ai suoi personaggi sottolinea questo sdoppiamento: le scene che si svolgono per le strade tra il popolo di Verona, così come le scene in cui compare la nutrice, sono in una lingua aderente a quella parlata nel tardo Cinquecento, piena di giochi di parole e di oscenità, mentre i personaggi più elevati, i protagonisti della vicenda tragica, si esprimono in una lingua aulica, più vicina alla lingua scritta della poesia. Per la vicenda dei due tragici amanti Shakespeare attinse al poema La tragica storia di Romeo e Giulietta, del 1562, di Arthur Brooke, che a sua volta si rifaceva al Bandello, conosciuto probabilmente attraverso la versione inglese contenuta nella raccolta Ilpalazzo del piacere di William Painter. Ma il motivo della "morta viva", centrale al tema tragico, ha dietro a sè una lunga tradizione nella novellistica medievale italiana, che culmina appunto nel Bandello. La tragedia dei due giovani Giulietta e Romeo si innesta sulla antica inimicizia che divide le due principali famiglie veronesi dei Montecchi e dei Cappelletti (o Capuleti). In una scena iniziale, che si svolge per le strade di Verona, si scatena l'ennesima lite tra le due famiglie, il principe accorso al clamore condanna a morte quei membri dell'una o dell'altra famiglia che d'ora in avanti causeranno disordini e turberanno la pace della città. Romeo, della famiglia dei Montecchi, partecipa mascherato a una festa nella casa dei Cappelletti, e vi incontra Giulietta. Subito preso d'amore per lei, le si avvicina e anche la fanciulla non può fare a meno di ricambiare al primo sguardo la passione di lui. Durante la notte Romeo si introduce nel giardino di casa Cappelletti e ascolta, non visto, Giulietta che al balcone dà sfogo al proprio amore e al tempo stesso alla sua viva preoccupazione per essersi invaghita di un Montecchi. Non potendo resistere alla tentazione di aver così vicina l'amata, Romeo si svela: segue, tra il balcone e il giardino, un lirico, tenerissimo, e altrettanto famoso, colloquio d'amore tra i due adolescenti che proprio quella sera e all'improvviso ne hanno scoperte tutte le dolcezze e tutti i tormenti. Così Giulietta dà voce ai propri sentimenti: "Tu sai che la maschera della notte è sul mio volto; / altrimenti un virginale rossore dipingerebbe la mia guancia, / per ciò che tu mi hai sentito dire questa notte. / Vorrei rispettare le forme, vorrei negare / quello che ho detto: ma addio ai complimenti! / Mi ami? So che dirai "Sì", / e io crederò alla tua parola ... O dolce Romeo, / se mi ami, dillo sinceramente. / O se pensi che io sia stata vinta troppo velocemente, / io mi aggronderò, e sarò cattiva, e dirò di no, / così tu mi corteggerai ... / Ma credimi, o signore, io mi dimostrerò più fedele / di quelle che hanno più astuzia e fanno la ritrosa. / Avrei dovuto essere più ritrosa, debbo confessarlo, / ma tu origliasti, prima che io me ne accorgessi, / la mia vera passione d'amore". Il colloquio termina con la proposta da parte di Romeo di un matrimonio segreto, subito accettata da Giulietta. La mattina seguente infatti la ragazza invia la nutrice a un incontro con Romeo, che per apparire casuale e non suscitare sospetti nelle due famiglie rivali si svolge per strada: la nutrice dovrà dunque portare la sua giovane padrona a confessarsi da frate Lorenzo quel pomeriggio e nella cella di lui i due giovani saranno uniti in matrimonio. Frattanto il servitore di lui porterà alla nutrice una scala per mezzo della quale lo sposo potrà, una volta scesa la notte, raggiungere la camera di Giulietta. Ma la giornata che sembra portare ai due giovani la felicità in realtà riserverà loro ben più tristi vicende. Tebaldo, cugino di Giulietta, è furioso per aver riconosciuto Ro-meo mascherato alla festa in casa Cappelletti, si imbatte per le strade di Verona in Mer-cuzio, amico di Romeo e tra i due si accende una lite. Romeo interviene cercando di acquietare i due contendenti e accennando, in un discorso che non può ovviamente essere esplicito, a un nuovo vincolo di parentela e quindi di affetto per Tebaldo. Mercuzio si risente di quella che giudica remissività di Romeo di fronte all'insolente Tebaldo e trae la spada; Tebaldo lo colpisce a morte. Romeo non può allora esimersi dal vendicare l'amico e a sua volta trafigge Tebaldo. Sa che questo significa per lui essere messo al bando, se vuol evitare morte certa rimanendo a Verona. Potrà solo passare la sua prima (e ultima) notte d'amore con Giulietta prima di partire esule per Mantova. L'addio dei due sposi alle prime luci dell'alba è già presago della triste sorte che li attende. Dice Giulietta: "Vuoi ora partire? Non siamo ancora vicini al giorno. / Fu l'usignolo, e non l'allodola, / che penetrò il timoroso cavo della tua orecchia. / Ogni notte esso canta su quel melograno. / Credimi, amore, fu l'usignolo". E Romeo: "Fu l'allodola, l'araldo del mattino. / Non l'usignolo. Guarda, amore, quali strisce invidiose / ornano le nubi che si schiudono là a oriente. / Le candele della notte hanno finito di bruciare, e l'allegro giorno / sta in punta di piedi sulle brumose cime delle montagne. / Debbo partire e vivere, o rimanere e morire". Giulietta viene forzata dal padre a sposare il conte Paride, che da tempo la corteggia; lo stesso frate Lorenzo, che è a conoscenza del rifugio mantovano di Romeo, la incoraggia ad accettare all'apparenza queste nozze: la sera prima, tuttavia, berrà una pozione che il frate le consegna in una fiala e che la farà cadere in una sorta di catalessi. I familiari, credendola morta, la seppelliranno nella tomba di famiglia e il frate intanto farà avvisare Romeo. Tornato questo e rinvenuta Giulietta dal suo lungo sopore, le nozze verranno rese pubbliche e pace sarà fatta tra le famiglie nemiche. I fatti tuttavia non si svolgono secondo le previsioni: a Romeo giunge la notizia che Giulietta è morta veramente. Lui allora si munisce di un potente veleno e di notte, raggiunge la sua tomba; sulla soglia incontra Paride che trafigge con la spada; scende poi nel sepolcro a vedere per l'ultima volta l'amata, e si avvelena. Giulietta si risveglia, vede accanto a sè Romeo morto e non esita a darsi la morte con un pugnale. La vicenda d'amore commuove le due famiglie rivali che, al prezzo del sacrificio dei due infelici giovani, faranno finalmente la pace.

Molto rumore per nulla - Much ado about nothing

Nel magico scenario di una villa nel messinese, Don Pedro, tornato dalla guerra, si trova testimone di intrecci amorosi alimentati dalla follia estiva. Presto l’invidia di Don Juan cerca di rovinare il clima spensierato, ma viene scoperto il suo intento maligno e tutto viene risolto.

Il principe di Aragona, al cui seguito sono Claudio e Benedick, va a far visita a Leonato, duca di Messina, padre di Ero e zio di Beatrice. Claudio ed Ero si innamorano subito vi-endevolmente, e viene predisposto il loro matrimonio. Invece Beatrice e Benedick (lei una ragazza arguta e maliziosa, lui un uomo brillante e motteggiatore) conducono avanti un continuo gioco di schermaglie burlesche, dietro il quale celano la loro reciproca attrazione. Viene allora ideato uno stratagemma per fare in modo che si innamorino l'uno dell'altra, venendo così meno all'atteggiamento di indifferenza che ostentano. Si fa in modo che Benedick oda una conversazione del principe e di Claudio, in cui parlano dell'amore che Beatrice nutre segretamente per lui. E, parimenti, Beatrice giunge a conoscenza di una presunta passione di Benedick nei suoi confronti. Entrambi se ne rallegrano in cuor loro e, pur senza dirsi nulla, cominciano a sviluppare il proprio affetto in modo più cosciente. Don Giovanni, un fratello del principe, invidioso per il favore che Claudio va sempre più acquistando presso quest'ultimo, complotta un piano insieme al suo aiu-tante Borrachio per mandare in rovina l'unione di Claudio con Ero. Borrachio va a mezzanotte sotto il balcone di Ero, mettendosi a conversare con la damigella di questa, Margaret, la quale, innamorata di lui, ha accettato di vestirsi con gli abiti della padrona, essendo tuttavia ignara del vero scopo di tutto ciò. Il principe e Claudio, che sono lì accanto, sono presi in inganno, e credono che Ero sia infedele. Alla cerimonia nuziale il principe e Claudio denunciano Ero proprio davanti all'altare, e questa cade svenuta. Su consiglio del frate, il quale è sicuro dell'innocenza di Ero, Leonato annuncia che la figlia è morta. Benedick, dietro preghiera di Beatrice, sfida a duello Claudio, che ritiene responsabile della morte della ragazza. Ma a questo punto Borrachio, in stato d'ubriachezza, confessa l'inganno a un amico, e viene udito da due ufficiali della ronda di notte, con la cui ridicola stolidità Shakespeare crea una scena superbamente comica. Borrachio viene alla fine arrestato e tutta la trama svelata. Claudio, che si è offerto di riparare, accetta la richiesta di Leonato di sposare una cugina di Ero; al momento delle nozze, si scopre che è Ero in persona. Anche Benedick e Bea-trice, pur senza cessare le loro arguzie motteggiatrici, decidono a questo punto di unirsi in matrimonio. E don Giovanni, che era fuggito da Messina, sarà preso e avrà la meritata punizione per i suoi intrighi.



Re Lear - King Lear

L'opera fu composta e recitata, con ogni probabilità, nell'inverno 1604-1605 e rielabora una storia che aveva già conosciuto molte versioni sia nel Medioevo che nel Cinquecento: ne aveva parlato Goffredo di Monmouth nella sua Historia regnum Britanniae del 1137, Holinshed nella Cronaca (che servì tanto spesso a Shakespeare come fonte per i suoi drammi), e infine Spenser nel secondo libro della Regina delle fate.

Il vecchio Lear, re di Britannia, decide di ritirarsi e lasciare il trono, dividendo il regno fra le tre figlie: Gonerilla, sposata al duca di Albany, Regana, moglie del duca di Cornovaglia, e Cordelia, alla cui mano aspirano il re di Francia e il duca di Borgogna. Prima di procedere alla divisione, chiede alle figlie una professione d'amore: in proporzione a questo dividerà il regno. Gonerilla e Regana si profondono in attestazioni d'affetto e ottengono ciascuna un terzo del regno, mentre Cordelia, con grande modestia, afferma di amare il padre secondo il proprio dovere di figlia. Lear, adirato a questa risposta, divide la parte che sarebbe spettata a Cordelia tra le altre due sorelle. Il duca di Borgogna rinuncia alla mano di Cordelia, mentre il re di Francia non esita a sposarla senza dote. Nel concedere a ciascuna delle due prime figlie la metà del proprio regno, Lear aveva loro chiesto di essere mantenuto in modo regale da loro, con una scorta di cento cavalieri, ma, appena entrate in possesso della loro parte, dimostrano subito il loro perfido disinteresse per il padre: dapprima gli negano la scorta e quando lui, indignato, si allontana dai loro castelli, lo lasciano vagare solo per una landa desolata durante una tempesta. La giustificazione drammatica della vicenda di Lear va ricercata al di fuori dell'ingratitudine delle figlie Gonerilla e Regana, ma piuttosto nello schema di "moralità" medievale a cui Shakespeare si rifà per la costruzione del Re Lear: nel dramma quattrocentesco, le cui opere avevano esplicitamente lo scopo di mettere in scena insegnamenti morali, le vicende si svolgono secondo uno schema rigido, con personaggi buoni e malvagi ben distinti tra loro in gruppi contrapposti. Anche qui esiste una legge morale, che è quella del sovrano a cui è ordinato di occupare il vertice della piramide della gerarchia umana; Lear nella sua stoltezza vien meno a questo dovere, e quindi non può che generare disordine nei sentimenti umani, così come c'è stato un sovvertimento nell'ordine del mondo, con la pretesa di dare tre vertici alla piramide. Secondo questa concezione dell'ordine, in cui Shakespeare mostra di aver fede, Lear sconta le conseguenze del suo insensato gesto iniziale. A questo punto, cioè nel momento in cui Lear si trova abbandonato nella tempesta, lo schema dalla moralità diventa ben più complesso e, come nelle altre tragedie di questo periodo, l'autore scava particolarmente a fondo nell'animo umano. I personaggi che potremmo definire "del male" sono al sicuro nei loro castelli, mentre Lear si trova solo nella brughiera assieme al pazzo di corte (a cui, proprio per il suo senno limitato, viene attribuita una particolare capacità di veggente, al nobile Kent, che nella scena iniziale si era schierato dalla parte di Cordelia ed era perciò stato messo al bando dalle due sorelle, e a Edgardo, figlio del conte di Gloucester. All'inizio del dramma veniamo a sapere che quest'ultimo ha due figli, uno legittimo, appunto Edgardo, e uno illegittimo, Edmondo; questo aveva calunniato il fratello presso il padre, tanto da costringerlo ad abbandonare la corte e a ridursi a vivere come mendicante in una capanna, la quale sarà l'unico rifugio che Lear potrà trovare nella tempesta. Frattanto Gloucester, che aveva mostrato pietà per il vecchio re, a causa di una delazione di Edmondo, viene accusato di essere complice dei Francesi, sbarcati in Inghilterra a richiesta di Cordelia: per questo viene fatto accecare dal duca di Cornovaglia. La vicenda del conte fa eco, come s'è detto, a quella di Lear: anch'egli ha un figlio malvagio (sottolineato dal fatto di essere illegittimo) e uno buono che viene però allontanato, anch'egli è perseguitato e finisce col perdere la luce degli occhi così come Lear, non reggendo allo sconvolgimento da lui stesso causato nel mondo, perderà il lume della ragione. La tempesta, infatti, non è che la rappresentazione fisica (per immagini, come consueto in Shakespeare) del disordine che regna nel mondo degli uomini. Una luce di speranza viene da Cordelia, ora sbarcata in Inghilterra, a Dover, dove Lear viene condotto dal fedele Kent, figura che nella tragedia ha spesso la funzione del coro nella tragedia classica. Edmondo è divenuto conte di Gloucester e Gonerilla e Regana si sono entrambe innamorate di lui; Regana è rimasta vedova e lo vuole sposare e Gonerilla, per toglierla di mezzo, tenta di avvelenarla e contemporaneamente di sbarazzarsi del proprio marito; questo tentativo viene tuttavia scoperto e Gonerilla si toglie la vita. Il male che le due sorelle e i loro complici hanno portato nella vicenda si sta riversando su di loro, annientandoli. Edmondo, il cui tradimento è scoperto, è giustiziato per mano di Edgardo, che viene restaurato nel titolo e negli onori di conte di Gloucester. Prima di morire, tuttavia, Edmondo aveva dato ordine di impiccare Cordelia: questa era stata fatta prigioniera assieme al padre quando l'esercito francese era stato sconfitto da Edmondo, che solo in punto di morte rivela di aver dato il terribile ordine. Esso non può più essere revocato e Lear, che non ha più abbandonato un momento la figlia e che si riprometteva di dividere con lei il resto della sua vita, se la vede uccidere davanti agli occhi. Non resisterà al dolore di vedersi privare così dell'unica figlia che lo ama veramente, come il dramma ha dimostrato, della persona che ha sofferto per lui e che ha rappresentato la luce che lo ha aiutato a uscire dalla tenebra della pazzia. Nella generale distruzione che ha travolto tutti i personaggi contaminati dallo sconvolgimento dell'ordine umano vi è tuttavia, come sempre accade alla fine dei drammi shakespeariani, una figura che è in grado di riportare l'ordine e di chiudere la vicenda, per fosca che sia, con una parola di speranza: in questo caso il duca di Albany, che non aveva approvato il modo in cui Gonerilla trattava il padre, succede a Lear sul trono.


IL TEATRO ELISABETTIANO