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SOFOCLE

L’attività poetica di Sofocle (Atene 497 a.c.- 406 a.c.) uno dei tre tragici dell’antica Grecia, abbracciò il periodo di massimo sviluppo della civiltà ateniese. Secondo la tradizione, Sofocle compose 123 opere e riportò per 24 volte la vittoria nei concorsi tragici tenuti annualmente in Atene. Soltanto sette tragedie ci sono pervenute integralmente, ma bastano a rivelare il genio dell’autore; esse sono: Aiace, Antigone, Edipo Re, Trachinie, Elettra, Filottete, Edipo a Colono.

Nato da famiglia borghese e agiata, Sofocle godette dell’amicizia di eminenti personaggi della vita politica e culturale ateniese come Pericle e Erodoto. Si impegnò attivamente nella vita pubblica. Sofocle divise la sua opera in tre periodi. Il primo, che può essere esemplificato dall’Aiace, riflette l’influenza stilistica del suo più anziano contemporaneo Eschilo. Il secondo, rappresentato invece dall’Antigone, è caratterizzato da uno stile “severo e studiato”. Il terzo, quello della maturità, al quale appartengono le altre tragedie, presuppone lo sviluppo di un metodo “estremamente intonato alla rappresentazione dei caratteri”.

A Sofocle si devono tre grandi innovazioni nella tecnica della tragedia: l'aumento del numero dei coreuti da 12 a 15; l'aggiunta del terzo attore; la composizione di drammi liberi, indipendenti dal legame della trilogia: in tal modo egli si libera dal mito, di cui non tenta nè un'interpretazione moralistica, nè una rappresentazione modernistica. L'elemento tragico consiste unicamente nella tragica rappresentazione dell'agire e del patire dei suoi personaggi, che sono magnanimi e sventurati e da questa situazione deriva un senso di solidarietà profonda con le creature che soffrono, e quindi l'amore.


ANTIGONE

L'opera tratta un episodio della leggenda tebana, cui fa riferimento anche Eschilo con I sette controTebe. Con la morte dei fratelli Eteocle e Polinice e la vittoria dei Tebani, l'esercito dei sette abbandona Tebe, mentre Creonte, fratello di Giocasta e quindi cognato di Egisto, assume il potere, emanando subito un decreto, che gli viene suggerito dal suo amore per la patria e la devozione verso gli dei, con il quale stabilisce che chi è morto combattendo contro la sua città rimanga insepolto. Il decreto colpisce non Eteocle ma Polinice, considerato nemico della patria. A quest'ordine reagiscono in maniera diversa le sorelle dei due morti, Antigone e Ismene. Ismene, buona e affezionata al fratello, non sa ribellarsi al decreto di Creonte. Antigone invece è decisa sin dal principio a resistere a questo divieto disumano di Creonte: "La tomba non l'ha forse concessa Creonte a uno solo dei nostri fratelli e l'altro l'ha ritenuto indegno di questo onore? Secondo giustizia, come usano dire, e giovandosi della legge ha chiuso Eteocle nella terra, bene accolto là sotto dalle ombre; ma il cadavere di Polinice, di lui morto con tanto affanno, c'è l'ordine per tutti di non coprirlo di terra e di non piangerlo neppure, ma di lasciarlo insepolto, illacrimato, dolce offerta ai corvi che lo guardano dall'alto per gioia di divorarlo: questo ha ordinato Creonte ... E' mio fratello e tuo, anche se tu non vuoi. Nessuno dovrà incolparmi di tradimento". Antigone è così decisa a resistere a Creonte: elude la vigilanza delle guardie e tributa onori funebri al cadavere del fratello Polinice; perciò viene arrestata e condotta dinanzi a Creonte, al quale dichiara con orgoglio di avere consapevolmente disubbidito alle sue leggi: "Sì, perchè non fu Zeus a impormele; nè la Giustizia, che siede laggiù tra gli dei sotterranei, ha stabilito queste leggi per gli uomini" (trad. di E. Cetrangolo). Ma Creonte è incapace di capire l'altezza dei pensieri di Antigone e la condanna a morte: Antigone viene rinchiusa in una grotta e con lei vuole morire pure il suo fidanzato, Emone, figlio di Creonte, che ha avuto un diverbio con il padre. Giunge anche l'indovino Tiresia, che predice a Creonte tristi presagi: "Il male di cui soffre Tebe deriva dal tuo volere: i templi, i focolari nostri son tutti lordi, profanati..., per causa tua gli dei non accettano più le nostre suppliche ... errare è comune fra gli uomini, ma colui che si ravvede dell'errore, che sa guarire del male che l'ha colto, e si lascia convincere, non è più uno sconsiderato, nè un infelice ... Ma sappi bene che non si compiranno molti giri del sole veloce prima che tu stesso darai un uomo, nato dalle tue viscere, come cadavere in cambio di cadaveri; per aver tu precipitato i vivi ai morti e chiuso in una tomba una creatura viva; e perch tieni qui sulla terra un cadavere sconsacrato, insepolto, diviso dagli dei inferi. Queste cose non sono permesse, nè a te, nè agli dei dell'alto". Creonte, sconvolto da questi sinistri presagi, ritiene vano battersi contro il destino e perciò ordina che la condanna di Antigone sia revocata; ma è troppo tardi: Antigone ed Emone sono già morti; per giunta Euridice, moglie di Creonte, si uccide per il dolore e lo stesso Creonte affranto vuole morire: "Venga, venga la morte, adesso, e sarà bella ... Portatemi via, lontano; portate via quest'uomo insensato; figliolo, senza volere ti ho ucciso e te, consorte mia...". Considerata una delle più belle tragedie del mondo antico, l'Antigone mette in particolare rilievo il contrasto fra il diritto ufficiale, promulgato con le leggi scritte dagli uomini, e il diritto divino ben più valido, innato nel cuore di ogni uomo.


EDIPO RE

Edipo Re (c.429-425) è una delle più importanti tragedie della tradizione occidentale: potente nella fusione di carattere e destino, nell’inesorabile ricerca di una profonda verità e nei paradossi di umana conoscenza e ignoranza, l’Edipo Re fornì ad Aristotele , nella Poetica, un modello assoluto di vicenda tragica e a Sigmund Freud nell’Interpretazione dei sogni, il prototipo mitico del cosiddetto complesso Edipo.

Ritenuta la più famosa di tutto il teatro greco, questa tragedia si basa sul concetto che un uomo apparentemente virtuoso e che cerca in ogni modo di evitare il male può incorrere in esso quando gli venga a mancare una dote essenziale, la sofrosìne, cioè la moderazione intellettuale. Guai a chi si presume infallibile: "Ecco qui Edipo, il sapiente che sciolse l'enigma famoso, il signore sopra tutti potente, l'uomo alla cui fortuna tutti i concittadini mirarono con invidia. E voi vedete in che paurosa procella di sventure è caduto. Nessun uomo mortale puoi reputare felice fintanto che di sua vita aspetti l'ultimo giorno, bensì dopo ch'egli ne abbia varcato il termine senza patire dolori". Edipo è giunto a Tebe da Corinto, dove ha lasciato quelli che riteneva i suoi genitori per sfuggire a un oracolo che gli ha predetto che avrebbe ucciso il proprio padre e sposato la madre. Edipo ha liberato la città dalla Sfinge, terribile mostro che la tiranneggiava con la richiesta di vittime umane; per gratitudine da parte dei Tebani ne ha ottenuto il regno rimasto vacante per la scomparsa misteriosa di Laio. Divenuto re, Edipo sposa la vedova di Laio, Giocasta; ma ecco che nella città scoppia una pestilenza ed Edipo, sollecito al bene dei suoi sudditi, si impegna a conoscerne in tutti i modi la causa. Il dramma sofocleo inizia da qui: dopo questo antefatto, attraverso numerose indagini promosse dallo stesso Edipo, considerato il migliore degli uomini e il più generoso dei re, si verrà a sapere che il responsabile del male è proprio lui, che durante una lite di strada nel viaggio da Corinto a Tebe ha ucciso il vecchio Laio senza sapere che fosse il re: Edipo però non si ritiene responsabile del regicidio e rifiuta di arrendersi alla verità ammettendo solo di aver sbagliato; è così orgoglioso che nella sua cecità giunge a offendere perfino gli dei nella persona dell'indovino Tiresia: il dramma precipita, a poco per volta si viene a sapere che egli non è nemmeno figlio del re di Corinto ma dello stesso Laio, in quanto esposto da bambino su un monte e successivamente raccolto e allevato da un pastore: così il regicidio si muta in parricidio. Al delitto poi si aggiunge l'incesto perchè ha sposato Giocasta, sua madre. Quando Giocasta viene a conoscenza di ciò si uccide, mentre Edipo accecatosi fugge da Tebe. La vicenda di questo grande dramma s'innesta, secondo il Pontani, sulla desolazione di una peste e approda a una desolazione più irreparabile, come la morte dell'anima. In Edipo tu vedi l'agire e il patire, ma senti l'uomo che è perno del mondo: "Nulla è una torre, e una nave è nulla, quando è deserta di uomini" (Antigone, 332); qui poi manca anche una esplicita denunzia dell'ingiustizia divina. Il tema della moria negli esseri della natura e nell'uomo e il tema della fuga ritornano spesso in accenni lirici; il tema dell'incesto è presentito, temuto, poi chiarito: "Chiaro è che nacqui da chi non dovevo, ed ho commercio con chi non dovevo e a chi non dovevo ho dato morte". Molto alti e solenni i cori: qualcuno ha rilevato certi spunti del "complesso edipico", cardine del freudismo, nel verso: "Già molti degli uomini in sonno giacquero con la madre"; ma la grandezza della tragedia sta nella figura di Edipo che, come Prometeo, è uno dei personaggi del dramma greco divenuti simboli e miti dello spirito umano, come avverrà in seguito per Amleto e Faust.



EDIPO A COLONO

Viene rappresentata la fine di Edipo nel bosco sacro delle Eumenidi a Colono, nei dintorni di Atene; sorretto dalla figlia Antigone, Edipo deve concludere la sua vita, secondo l'oracolo, in questo bosco, dal quale il coro dei vecchi Ateniesi prima cerca di allontanarlo, poi cede mosso a pietà delle sue sventure. Arriva anche Ismene, figlia di Edipo, e annunzia la terribile discordia dei fratelli, Eteocle e Polinice. Mentre Teseo concede a Edipo ospitalità e protezione, e Antigone e Ismene si recano a compiere un sacrificio, arriva Creonte, che cerca di impadronirsi del cieco Edipo, ma non vi riesce; cerca allora di portare via Antigone e Ismene, ma queste vengono salvate da Teseo. Giunge anche Polinice, che chiede a Edipo protezione contro il fratello Eteocle, usurpatore, ma è respinto dal padre. Un tuono improvviso annuncia a Edipo la chiamata degli dei; il vecchio si allontana accompagnato da Teseo e scompare misteriosamente nel bosco chiamato da una voce divina. Così si accomiata Edipo: "Andate senza prendermi la mano. Lasciatemi trovare da solo il tumulo sacro, dove vuole il destino ch'io sia coperto. Di qua, passate di qua; è questa la strada che indicano Ermes e la dea sotterranea. O luce che per me non splendevi e che un giorno fosti pur mia, in qualche modo ora tocchi il mio corpo per l'ultima volta. Vengo, sì vengo a nascondere la mia vita compiuta. Carissimo, tu ospite mio, sii felice con la tua gente. E di me ricordatevi dopo la mia morte, voi amati dalla fortuna". Poco dopo giunge un nunzio e reca la notizia della sua misteriosa sparizione, mentre Teseo testimone del prodigio cerca di consolare Antigone e Ismene: "Figliole care, vostro padre mi ha raccomandato che nessun mortale deve mai accostarsi a quel luogo sacro nè rivolgere parola all'urna della sua quiete. E' una legge: tanto che se questo io osservo scrupolosamente assicuro la mia patria da ogni pericolo" (trad. di E. Cetrangolo). Tragedia del mistero religioso, ma soprattutto dramma della magnanimità sventurata, grande canto di pietas, di amore, che è il vero messaggio di Edipo alle figlie.


LE TRACHINIE

Nelle Trachinie, Sofocle disegna lo snodarsi dei fatti in modo che ciascuna delle tre illuminazioni dei personaggi (Deianira, Illo, Eracle) sia punto saliente del dramma. Deianira si illude di conquistare l’amore dello sposo infedele con ciò che suppone essere un filtro d’amore innocuo: solo dopo aver compiuto la mossa azzardata- ha inviato a Eracle un indumento intriso con il pharmakon- finalmente scopre che è un tossico letale. Illo, il loro figliolo, assiste agli spasimi di Eracle imprigionato nel tessuto, e si precipita nelle stanze per smascherare la madre colpevole di assassinio; ma Deianira si toglie la vita, prima che il ragazzo ne scopra l’innocenza. Eracle solo nel minuto finale dell’agonia, comprende il senso di un oracolo che gli era stato comunicato molti mesi prima, che cioè sarebbe stato ucciso per mano di un essere defunto e la pozione, che involontariamente Deianira gli aveva inoculato, proviene da Nesso, il centauro che Eracle stesso aveva abbattuto.


ELETTRA

L’Elettra(c.420-410), come l’Orestea di Eschilo, tocca i problemi della giustizia e della vendetta nella stirpe di Atreo, ma mette a fuoco con grande sensibilità il carattere di Elettra. La sua relazione cronologica con l’Elettra di Euripide (c. 420-413)è ancora incerta. Nella mitologia greca Elettra era la figlia di Agamennone, re di Micene e comandante in capo dei Greci nella guerra di Troia, e l’autoritaria regina Clitennestra. Clitennestra e il suo amante Egisto, assassinarono Agamennone subito dopo il suo ritorno dalla guerra; Elettra attese con ansia il momento in cui suo fratello Oreste avrebbe vendicato la morte del padre. Quando tornò a Micene uccise sia Clitennestra che Egisto con l’aiuto di Elettra e dell’amico Pilade, che più tardi sposò.


FILOTTETE

Nel racconto di Filottete, Sofocle narra delle vicende di un leggendario eroe greco. Filottete mentre si trovava in viaggio per partecipare alla guerra di Troia, venne morso da un serpente. I suoi lamenti e il fetore della ferita indussero i Greci suoi compagni ad abbandonarlo sull’isola di Lemno, ma allorché un oracolo troiano catturato rivelò loro che non avrebbero potuto sconfiggere i Troiani senza le armi di Eracle (in possesso di Filottete), Odisseo e Neottolomeo si recarono a Lemno, curarono la ferita di Filottete e lo ricondussero al campo di battaglia. Filottete fu l’uccisore di Paride, colpito da una delle frecce avvelenate, e svolse un ruolo rilevante nella vittoria finale dei Greci.



AIACE

Nell’Aiace (c. 465-450), la più antica delle sue opere, Sofocle porta crudelmente in primo piano il dualismo della condizione umana. Il reagente è in questo caso dato da due impostazioni etiche: l’equilibrio interiore, ideale tipico del quinto secolo, e il codice eroico. Un campione di guerra, convinto di aver subito una rozza ingiuria poiché non fu degno di fregiarsi del più alto emblema d’onore, medita di infliggere una cruenta vendetta ai suoi più antichi compagni d’arme. Vittima di un’allucinazione, massacra del bestiame invece delle sue sperate bestie umane. Tornato alla lucidità, si rende conto di non avere ucciso i suoi nemici; a questo punto avviene l’epilogo: il giovane guerriero vinto dalla vergogna si uccide.