| Partendo dalle Scritture, la
teologia storica femminista ha sviluppato una nuova esegesi e ha
evidenziato come la versione della creazione proposta nel libro
della Genesi stia alla base dell’idea di donna che ha preso
corpo nell’Europa occidentale. Dal racconto biblico, all’interno
del quale la donna viene creata con un’anima pari a quella
dell’uomo ma prende forma dal suo corpo, i commentatori hanno
ricavato la convinzione che la donna sia stata creata in una
posizione di subordinazione rispetto all’uomo, traducendo cosi
la differenza in inferiorita. Un’inferiorita confermata dalla
sua incapacità di resistere alla tentazione divenendo
responsabile della caduta. In Eva si sarebbe quindi realizzata
la caratterizzazione negativa della donna, della femina
instrumentum diaboli, e nella vita di ogni donna ritornerebbe
puntuale la ‘maledizione divina’ che accompagnò Eva nella sua
discesa dal Paradiso terrestre alla terra, condannandola a
subire la dominazione dell’uomo: «Sarai sotto il potere del
marito ed egli ti dominera» (Genesi III, 16, in Casagrande 1990,
p. 111). Se nell’Antico Testamento sono state individuate le
radici di una connotazione negativa della donna, molte studiose
hanno evidenziato i caratteri di novita di cui fu portatore il
primo cristianesimo, giunto a noi attraverso il messaggio
evangelico; caratteri che potrebbero dare conto dello slancio
con cui numerose donne aderirono al nuovo movimento. Un’aria di
liberta che tuttavia non sarebbe rintracciabile nelle comunità
di neofiti che si andarono via via formando tanto in Oriente
quanto in area romana, e nell’atteggiamento della successiva
tradizione patristica. I modelli proposti con maggiore frequenza
negli scritti dei primi Padri – attestano le studiose della
Tarda antichità e del cristianesimo primitivo – sono
principalmente due: quello di Maria, virgo et mater, esempio di
fede, di dedizione a Dio e di castità, e quello della imitatio
Christi. Nel primo e soprattutto la verginità che viene esaltata
e, quindi, la superiorità della donna che conduce vita ascetica,
un tipo di vita destinato a mantenere la propria esemplarità per
molti secoli. Nel secondo e la superiorità della natura maschile
che viene ribadita: nonostante i limiti imposti dalla sua,
innata, debolezza, anche la donna può ascendere alla perfezione
cristiana di vita, ma solo diventando spiritualmente maschio,
poiche alla base della perfezione umana sta l’imitazione di
Cristo, che si e incarnato come uomo. La donna, quindi, potrà
superare i propri limiti solo divenendo mulier virilis. La rinunzia al mondo
Ma sarebbe stato
soprattutto tra le donne dell’aristocrazia senatoria nella Roma
del IV secolo – donne a cui la tradizione classica aveva
assegnato il ruolo di moglie fedele e madre feconda – che si
sarebbero poste le basi di quei modelli di condotta morale che
per secoli avrebbero costituito lo zoccolo duro dell’esemplarità
femminile nel mondo occidentale. A partire da Tertulliano fino
ad Ambrogio e a Girolamo, e prima di tutto la pudicizia che
viene esaltata, accompagnata da modestia e umilta e mai
disgiunta dall’attivita caritativa. Tuttavia, durante i decenni
in cui il mondo romano (nelle sue rappresentanze sociali più
elevate, le uniche di cui si abbia testimonianza) si incamminava
verso il cristianesimo, e la nuova religione andava
rafforzandosi e istituzionalizzandosi, sono soprattutto la vita
ascetica e la rinunzia al mondo che vengono esaltate dai Padri
della Chiesa. Nei trattati, nelle omelie, nelle epistole
indirizzate alle comunità femminili a carattere domestico che si
andavano costituendo – antesignane delle future comunità
monastiche –, vengono ripetutamente propagandate la verginità
per le giovani donne e la continenza con la rinunzia alle
seconde nozze per le vedove. Quali condizioni ideali di vita
sono indicate – nell’ordine – la verginità, la vedovanza e il
matrimonio. La castità, tuttavia, deve apparire indubitabile
grazie a segni esteriori quali l’espressione di modestia,
l’andatura controllata e una «santa superbia» propria di chi
rifiuta il mondo (Consolino 1986). La ricerca storica si e
diffusamente interessata ai modelli di vita ascetica elaborati
dai Padri della Chiesa, ritenendo che al loro interno vadano
ricercate le radici di un modo di essere donna: una scelta di
vita – su cui si sono ripetutamente soffermati i primi autori
cristiani, specie Ambrogio e Girolamo – che, istituzionalizzando
gradatamente la fluidità degli inizi, sarebbe stata in grado di
conferire anche i connotati della rispettabilità sociale. La
rinuncia al mondo si sarebbe tradotta non soltanto in gloria in
cielo, ma anche in fama e rispetto in terra. Questi stessi
modelli sono stati ripetutamente rielaborati nel corso dei
secoli da teologi e predicatori e sono stati fondamentali nel
promuovere lo sviluppo della vita monastica, che nel corso dei
secoli ha accolto una vasta rappresentanza del mondo femminile e
ne ha conservato la memoria rendendola visibile alle generazioni
successive. Il monachesimo femminile e, oggi, al centro di
numerose ricerche proprio perchè questa realtà, una volta
semi-ignorata dalla storia, e riconosciuta come fondamentale per
individuare nessi con la storia della societa, della
spiritualita e della cultura e come campo privilegiato per
mettere a fuoco processi di autocoscienza e per conoscere
comportamenti femminili (Il monachesimo
femminile in Italia […] 1997; Zarri 2000).
Fragile come un’ombra
La storiografia ci
ricorda, inoltre, che la vita monastica ha rappresentato un
modello di riferimento costante per i predicatori e i
commentatori che hanno rivolto la propria attenzione al mondo
femminile, e che il mondo ecclesiastico medievale – teologi,
canonisti, predicatori, pastori, agiografi, enciclopedisti,
mistici – ha visto con ossessivita la figura della donna,
riprendendo classificazioni e modelli della tradizione cristiana
antica. E' stata ribadita in questo modo – attraverso trattati,
sermoni, commentari, lettere – l’innata pochezza della natura
femminile, e sono state indicate alle donne le regole di una
possibile perfezione, trasformando cosi la teologia in
pastorale, oltre che in interiorizzazione dei modelli: «[...]
io, benche donna indegna e fragile come un’ombra [...]» scrive
Dhuoda al figlio nell’843. Talvolta si concede che la donna –
seppure «tentatrice, strega, serpente, peste, tignola, prurito,
veleno, fiamma, ubriacatura» – possa essere servizievole e
occasionalmente abile: ma di fatto essa eccelle soprattutto
nelle «più piccole cose» della vita quotidiana (Dalarun 1990).
Se i moralisti carolingi ripropongono – ma a uso delle coppie
principesche – un modello che valorizza il matrimonio, e la
maternità viene conciliata con la santificazione in un’immagine
positiva della donna e della femminilità, sotto l’impulso della
riforma gregoriana riprende il sopravvento – secondo i modelli
della Chiesa antica – il tema della verginità quale valore
sommo. E ai chierici che, in prima istanza, si rivolgono i
riformatori, ma anche ai laici e soprattutto alle donne. Per gli
autori medievali (secc. IX-XII) Adamo e lo spirito ed Eva e la
carne. Tra l’immagine di Eva – ovvero la donna reale nella sua
fragilita – e Maria – la donna ideale, ma modello inaccessibile
– nasce (quasi contemporaneamente al costituirsi del Purgatorio,
la terza via) il culto della Maddalena come simbolo della
fragilita umana: la redenzione puo compiersi solo attraverso
penitenza e pentimento, per essere peccatrici e per essere donne
(Dalarun 1990). E ancora la tradizione che viene recuperata
attraverso testi esegetici, teologici e agiografici, discorsi
normativi, prediche, trattati morali e pedagogici. Il fine, ci
viene ricordato dalla storiografia, e costruire un modello
femminile funzionante nel presente e proiettabile nel futuro, un
modello di donna che, «segnata da naturale debolezza
intellettiva, dotata di un corpo fragile la cui vista puo
generare moti di lussuria», deve essere «custodita», confinata
nell’hortus conclusus del chiostro o dello stato matrimoniale
(Casagrande 1990; Zarri 2000). Se nel mondo claustrale la
custodia si esercita attraverso «proibizione e controllo»,
all’interno della famiglia sono «protezione e possesso» che
regolano la vita della donna: nella civiltà europea
tardomedievale non meno di quanto avverra nella prima Età
moderna, il controllo si esercita partendo prima di tutto dal
corpo (Zarri 2000). Se le donne sono maritate e occupano quindi
il gradino più basso nella scala della purezza, esse devono
comunque ottemperare a quanto affermato nelle Scritture – «Sarai
sotto il potere del marito ed egli ti dominera» (Genesi III, 16)
– dimostrando umilta, mansuetudine, ubbidienza. Dove manca la
presenza vigile del padre o del marito, la disciplina sarà
necessariamente ancora più severa: la vita delle vedove deve
muoversi entro le coordinate dei digiuni, delle preghiere e
degli atti di carità verso il prossimo (Casagrande 1990). Le
prescrizioni insistono su: la sobrietà nel cibo, la modestia nel
gesto, il parco uso della parola, l’abbandono del trucco e degli
ornamenti, la restrizione negli spostamenti, il limitato accesso
al mondo della cultura e del lavoro, l’operosità contro i vizi
dell’ozio. Il tutto è finalizzato come sempre alla custodia
della castità.
Il corpo e l’accesso al divino
Se la storiografia – e
non solo quella femminista – è stata unanime nel riconoscere
l’importanza conferita da trattatisti e teologi all’integrita
del corpo femminile, alcune ricerche condotte negli Stati Uniti
hanno avuto come centro d’interesse l’enfasi che, durante gli
ultimi secoli del Medioevo, pensatori e teologi hanno posto sul
corpo come mezzo di accesso al divino, cercando di comprendere
un fenomeno a cui la ricerca storica si e diffusamente
interessata: la tendenza di numerose donne mistiche, o
considerate sante, a somatizzare l’esperienza religiosa
attraverso digiuni prolungati, penitenze estreme, trance,
estasi, negazione del corpo. E' stato cosi messo a fuoco un
complesso sistema simbolico che, elaborato dalla teologia
maschile e basato sull’associazione tra le donne e il corpo –
inteso non nella sua accezione negativa ma assimilato
all’umanità di Cristo –, avrebbe fatto da cornice alla
spiritualita femminile medievale. Attraverso un’analisi
alimentata anche dalla letteratura agiografica, è stato
postulato che le donne avrebbero fatto ricorso alla
comunicazione corporea quale surrogato del linguaggio, strumento
al quale si accede tramite la cultura intellettuale, a esse
preclusa. Secondo tale interpretazione, la carne, che la pieta
dei primi secoli cristiani aveva respinto come simbolo di
debolezza e impedimento all’unione con Dio, viene ora innalzata
e si guarda «a tutti gli eventi del corpo […] come a possibili
manifestazioni di grazia divina». Naturalmente, è stato
ricordato, le manifestazioni della grazia divina attraverso le
espressioni somatiche sarebbero state privilegio di un numero
limitato di donne eccezionali: ma pur allontanandosi dalla norma
e appartenendo alla sfera dell’eccezionalita, sante e mistiche
avrebbero esercitato un’influenza sulle loro contemporanee,
fornendo modelli in termini di identita e autonomia e concependo
il proprio corpo non come limite, ma come strumento di intensa
esperienza religiosa (Bynum 1994).
Mediocrita e austerita
Se alcune correnti
storiografiche sostengono che nella prima Età moderna «si compie
il processo – favorito dallo sviluppo della stampa – di
disciplinamento e civilizzazione» della societa cristiana che ha
radici ecclesiastiche, e in particolare nella disciplina
monastica (Donna, disciplina, creanza cristiana […] 1996), tale
modello si sarebbe imposto, in particolare alle giovani donne,
grazie anche alla diffusione di testi specificamente educativi e
comportamentali volti alla loro educazione morale e civile.
Teologi e predicatori continuano a rivolgersi a esse con
pamphlets, opere teologiche, sermoni, manuali per le famiglie e
di edificazione personale, trattazioni teoriche sul ruolo dei
sessi, codici e commenti giuridici, e anche con trattati di
medicina e opere pseudoscientifiche sul dimorfismo sessuale. Ma
non c’è molta differenza tra le opere di autori cattolici e
quelle di autori protestanti; in ambedue i fronti ritornano
puntuali l’esortazione alla castità, l’invito alla preghiera,
alla devozione, all’umiltà, all’ubbidienza, e alle mogli si
raccomanda «grande malinconia» nel comportamento e
nell’abbigliamento (Hufton 1996). Mentre, tuttavia, nei paesi
protestanti compaiono le prime guide pratiche, nel mondo
cattolico i modelli di comportamento vengono trasmessi
prevalentemente attraverso vite di sante e di donne illustri –
spesso corredate di illustrazioni che propongono in forma
iconografica questi stessi modelli – oppure tramite regole
spirituali rivolte alle categorie di sempre: vergini, vedove,
mogli. Nel corso del Seicento si afferma dunque, in area
cattolica, una letteratura volta «a tracciare modelli ideali di
comportamento finalizzati a disciplinare le donne attraverso
l’imitazione», e si gettano le basi di un modello spirituale e
comportamentale contrassegnato dalla ‘mediocrità’ e da una
concezione della santità – ultima tappa nel cammino verso la
perfezione – ispirata al raggiungimento di comportamenti
virtuosi piuttosto che mistici e penitenziali. Si mira insomma a
realizzare un’uniformità di modi di essere, a esercitare un
controllo delle coscienze volto a formare una disciplina
interiore e – prestando un’attenzione nuova e particolare anche
al matrimonio e alla vita laicale – a esortare a una «disciplina
anche fisica delle passioni» (Donna, disciplina, creanza
cristiana […] 1996). La storiografia si e interrogata sul ruolo
svolto dalla disciplina post-tridentina nella costruzione
dell’individuo come entità psichica, nella formazione di una
struttura familiare segnata da nuovi rapporti fra i coniugi e
fra genitori e figli, osservando che, se si rafforza la visione
della donna moglie e madre che ubbidisce al marito e al prete, e
anche vero che le donne assumono un ruolo importante nella
trasmissione della fede cattolica all’interno della famiglia ed
entrano in una complessa rete di relazioni reciproche e con il
confessore (Cabibbo 1999). E se quest’ultimo viene ad assumere
una funzione fondamentale nel controllo della mente e del
comportamento, e ipotizzabile che l’introduzione della
confessione abbia contribuito ad attivare processi di
introspezione e di sviluppo della coscienza di se. Il Concilio
di Trento rese piu rigida l’osservanza della clausura, acuendo
il divario tra condizione religiosa e condizione laica, mentre
la Riforma abbandono la contrapposizione negativa tra vita
religiosa e vita secolare. Se per Lutero il matrimonio
rappresenta l’obiettivo più alto per uomini e donne – osservano
alcune studiose – la sua visione della donna «e tetra e
conservatrice»: gli autori protestanti raccomandano di evitare
spettacoli, giochi, passatempi, trattenimenti, intermezzi futili
e pericolosi per la castita, e di osservare il silenzio. La
famiglia diventa cosi luogo di un rigoroso patriarcato, da cui e
eliminata anche la mediazione del confessore (Hufton 1996).
Cattoliche e protestanti
La ricerca e, quindi,
concorde nel sostenere che nè la Riforma cattolica nè quella
protestante eliminarono lo stato di soggezione delle donne.
Rimasero il peso della tradizione giudaico-cristiana e il
messaggio di una religione patriarcale: la Riforma permise
maggiore partecipazione laica alla vita della comunità
religiosa, ma l’eliminazione di forme di collaborazione
femminile, delle festività legate ai santi e di una
identificazione con le sante si sarebbe tradotta in un
impoverimento della vita affettiva (Davis 1980). Si
abbandonarono una religione, che sapeva offrire conforto, e una
cultura religiosa ricca di rituali e di simboli visivi, a favore
di una maggiore austerita e di un culto della parola scritta,
che andò a scapito di quello delle immagini. E' stato osservato,
inoltre, che ciò che contribui in buona parte a differenziare,
per quanto riguarda la sfera femminile, i paesi cattolici dai
paesi protestanti fu l’abolizione in questi ultimi, nel giro di
una generazione, della vita comunitaria all’interno dei
monasteri, una vita che era in grado di costituire
un’alternativa significativa al matrimonio (Hufton 1996). E'
nota, per contro, l’opera di alfabetizzazione che si diffuse nei
paesi protestanti e che coinvolse anche le donne; donne che si
videro costrette a misurarsi con un proliferare di nuove sette,
con persecuzioni e con la necessità di operare scelte profonde e
impegnative senza l’aiuto del confessore. Non sorprende quindi
che, durante il suo soggiorno americano, Alexis de Tocqueville
abbia avuto a osservare che «in quasi tutte le nazioni
protestanti le ragazze sono infinitamente più padrone delle loro
azioni che presso i popoli cattolici [...]. Negli Stati Uniti,
in cui le dottrine protestanti si combinano con una costituzione
libera e uno stato sociale molto democratico, la ragazza e, più
che in nessun altro paese, abbandonata presto e completamente a
se stessa [...] non è ancora uscita dall’infanzia che gia pensa
da se, parla liberamente e agisce da sola [...]» (Tocqueville
1982). La Riforma, quindi, avrebbe favorito l’autonomia di
pensiero e incoraggiato i processi di autocoscienza che, circa
due secoli più tardi, si sarebbero tradotti nelle prime
riflessioni sull’identita femminile e nei primi germogli di un
movimento, nel quale le donne si sarebbero riconosciute come
individui e come gruppo sociale (Peyrot 1999; Peyronel Rambaldi
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L'influenza
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