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In questo scritto, abbozzato per il libro collettivo Albert
Einstein:
Philosopher-Scientist in cui scienziati e filosofi festeggiavano
i
settant'anni di Einstein, Gödel trovava (ed è stato uno tra i
pochi, anzi,
l'unico con Cassirer nel 1920) delle impressionanti affinità con
la teoria
della relatività. Queste somiglianze si basavano essenzialmente
sul fatto
che Kant parlava di una «idealità del tempo», che non è qualcosa
che esiste
in sé, ma soltanto per dei soggetti che incontrano degli oggetti,
così da
apparire come un inganno, sia pure necessario, della sensibilità.
La prima impressione che si ha nel leggere questo testo, geniale
e profondo,
è tuttavia che Gödel avesse sbagliato filosofo e libro. Se
invece che alla
Critica della ragion pura si fosse riferito al Mondo come
volontà e
rappresentazione di Schopenhauer (e magari ad Apparenza e realtà
di
Bradley), le considerazioni di Gödel avrebbero colto molto più
nel segno.
Per limitarsi a Schopenhauer, in effetti, il tempo, lo spazio,
le categorie
sono tutte apparenze, il velo di Maya, che maschera qualcosa di
più
profondo, oscuro e vero. Ma per Kant, no. E dire che il tempo è
una forma
della sensibilità che vale per noi e per esseri simili a noi non
significa,
per Kant, sostenere che è un inganno, una specie di caverna da
cui possiamo
uscire, ma - proprio al contrario - che è tutta la realtà a cui
possiamo
avere accesso.
Deve essersene reso conto anche Gödel, che, nel testo definitivo
(più
succinto, e raccolto nel secondo volume delle opere), parla di
un rapporto
tra la teoria della relatività e l'idealismo. A questo punto, i
conti
tornano: i sensi ingannano, e tutto ciò che ha a che fare con la
sensibilità,
compreso il tempo, non è che una illusione. Su questa via (che,
ripeto, non
è quella di Kant quando parla di «idealità trascendentale» del
tempo), la
mistica e la scienza si incontrano nel tentativo di andare al di
là della
«immagine manifesta del mondo», per penetrare una realtà più
profonda; e
Gödel si trova così, non troppo sorprendentemente, in compagnia
di
Swedenborg, il veggente (che però credeva alla idealità non solo
del tempo,
ma anche dello spazio) con cui Kant si misurò nel 1766 con il
saggio I sogni
di un visionario chiariti con i sogni della metafisica.
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