Buone ragioni per credere nei fantasmi

di Maurizio Ferraris

 




 


La teoria di Gödel non è il cedimento superstizioso di uno dei più grandi logici e matematici di tutti i tempi. Riflette al contrario le sue convinzioni metafisiche più profonde. Lo si vede bene nel saggio - inedito ma tutt'altro che esoterico - che tra il 1946 e il 1949 Gödel dedicò alla filosofia kantiana, e che esce ora in traduzione italiana da Bollati Boringhieri nel terzo volume delle Opere, a cura di Solomon Feferman (pagg. 454).


In questo scritto, abbozzato per il libro collettivo Albert Einstein: Philosopher-Scientist in cui scienziati e filosofi festeggiavano i settant'anni di Einstein, Gödel trovava (ed è stato uno tra i pochi, anzi, l'unico con Cassirer nel 1920) delle impressionanti affinità con la teoria della relatività. Queste somiglianze si basavano essenzialmente sul fatto che Kant parlava di una «idealità del tempo», che non è qualcosa che esiste in sé, ma soltanto per dei soggetti che incontrano degli oggetti, così da apparire come un inganno, sia pure necessario, della sensibilità.
La prima impressione che si ha nel leggere questo testo, geniale e profondo, è tuttavia che Gödel avesse sbagliato filosofo e libro. Se invece che alla Critica della ragion pura si fosse riferito al Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer (e magari ad Apparenza e realtà di Bradley), le considerazioni di Gödel avrebbero colto molto più nel segno.
Per limitarsi a Schopenhauer, in effetti, il tempo, lo spazio, le categorie sono tutte apparenze, il velo di Maya, che maschera qualcosa di più profondo, oscuro e vero. Ma per Kant, no. E dire che il tempo è una forma della sensibilità che vale per noi e per esseri simili a noi non significa, per Kant, sostenere che è un inganno, una specie di caverna da cui possiamo uscire, ma - proprio al contrario - che è tutta la realtà a cui possiamo avere accesso.
Deve essersene reso conto anche Gödel, che, nel testo definitivo (più succinto, e raccolto nel secondo volume delle opere), parla di un rapporto tra la teoria della relatività e l'idealismo. A questo punto, i conti tornano: i sensi ingannano, e tutto ciò che ha a che fare con la sensibilità,
compreso il tempo, non è che una illusione. Su questa via (che, ripeto, non è quella di Kant quando parla di «idealità trascendentale» del tempo), la mistica e la scienza si incontrano nel tentativo di andare al di là della «immagine manifesta del mondo», per penetrare una realtà più profonda; e
Gödel si trova così, non troppo sorprendentemente, in compagnia di Swedenborg, il veggente (che però credeva alla idealità non solo del tempo, ma anche dello spazio) con cui Kant si misurò nel 1766 con il saggio I sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica.
 

Numeri e demoni, il teorema di Gödel

Ilya Prigogine - La freccia del tempo
 


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