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Gli antichi vivevano in un
mondo dove non regnava un dio onnipotente ma molte divinità
simili più a supereroi che al Dio biblico: se Poseidone era
nemico di Ulisse, questi poteva sempre rivolgersi a Ermes. I
vari poteri spesso in conflitto disegnavano interstizi di
libertà a favore dell'individuo.
Quanto ai filosofi la libertà era o vittoria della ragione sulla
ignoranza per gli allievi di Socrate, o adesione all'armonia del
cosmo per gli stoici, o conoscenza superiore che vince gli
impulsi generando immunità dalle passioni per i seguaci di
Plotino... A proposito della libertà umana invece il Dio biblico
e cristiano solleva alcuni problemi come la predestinazione e il
merito alla felicità ultraterrena, la "servità" del peccato, la
tragedia della Cacciata dall'Eden, tutte idee sorte da una unica
dirompente idea biblica, quella della onnipotenza divina. Il Dio
onnipotente della Bibbia prolunga la sua attenzione, la sua
potenza e la sua scienza senza limiti al mondo degli umani e da
là, da "sopra la volta del mondo", domina la scena non solo
proponendo un modello inarrivabile di assoluta libertà ma anche
condizionando con la sua scienza perfetta gli eventi della
natura e le scelte umane. Come Sommo Bene inoltre stabilisce un
indiscutibile discrimine fra bene e peccato.
«La percezione della libertà per i 'medievali' è strettamente
soggetta alla moralità del comportamento: l'uomo veramente
libero è quello che non può peccare» (Claudio Fiocchi), ossia
andare contro alla legge di Dio*. Detto con le parole di
Agostino «nessuno è veramente libero se non quegli uomini beati
che sono vincolati dalla legge divina». E' già troppo per noi,
ma, da vecchio, Agostino peggiora ulteriormente la sua
percezione e definizione di libertà: il "peso del peccato
originale" (che noi moderni possiamo interpretare come il limite
naturale della condizione umana) si fa più grave e la
predestinazione divina sembra bloccare l'autonomia delle scelte
annullando l'autodeterminazione. Sul tema l'"ultimo degli
antichi", Severino Boezio, un secolo dopo, traccia
definitivamente l'inquietante equivalenza tra libertà, possesso
della ragione e capacità e/o possibilità e Anselmo d'Aosta
riafferma che «la libertà di peccare non è libertà». Se per un
cristiano credente il peccato è qualcosa di ben definito e
riconoscibile, allora sembra che la libertà non possa essere che
sinonimo di virtù. «Gli uomini liberi – ripete Tommaso
coniugando fede e filosofia platonica – sono quelli che
obbediscono alla ragione» che coincide con la norma divina.
Notoriamente si tratta di una minoranza, sana, perbene e colta,
in una parola litterata.
I francescani: Per l'irlandese Duns Scoto la volontà umana è in sè libera e
capace di scegliere indipendentemente da quello che la ragione
le sottopone; insomma «la libertà è una forma di
autodeterminazione a partire da una indeterminazione sulla quale
la ragione non ha potere costrittivo». Più semplicemente è la
volontà non l'intelletto a decidere le scelte e le azioni umane. L'inglese Gugliemo d'Ockham va ancora più in là notando che chi
può peccare è libero, dato innegabile che ciascun uomo conosce
per esperienza. «La legge del Vangelo – scrive – è legge di
libertà perchè non impone agli uomini una condizione servile sia
nell'ambito temporale che in quello spirituale». E occupandosi
delle accuse di eresie mosse dall'istituzione ecclesiastica,
accuse che conducevano anche al rogo o all'esilio, afferma che
nessuna sanzione materiale (o temporale) può essere inflitta a
qualcuno per qualcosa che attiene alla coscienza, alla fede e
alla libera vita interiore. L'italiano Marsilio da Padova,
rettore all'università di Parigi, lo ribadisce: solo i
comportamenti pericolosi per la convivenza, non le convinzioni e
i pensieri, possono essere puniti con sanzioni materiali.
Marc Bloch teneva separati i fatti economici dalle loro
forme giuridiche come se «il diritto non facesse altro che
rivestire i rapporti sociali» (Jacques Chiffoleau): questa
separazione per noi è difficile perchè come non essere d'accordo
con Pierre Bourdieu sul fatto che «non si deve o non si dovrebbe
dimenticare che se il diritto fa il mondo sociale è anche vero
che è fatto da lui»? Come si può parlare di libertà dei
contadini "liberi" - giuridicamente distinti dai "servi" -
quando essi vengono definiti da una legge di Enrico II
d'Inghilterra «vili e miserabili persone» appunto perchè la loro
libertà non è sostenuta dalla capacità economica di mantenere la
famiglia; o della libertà dei sudditi del re di Francia non
interpellati, neppure attraverso le loro esili e timide
rappresentanze, prima di essere mandati in guerra al macello; o
ancora della libertà delle donne sottomesse in casa e in chiesa,
che solo se dotate di un talento e di una volontà straordinarie
riescono a conquistare il diritto di imparare a leggere e
scrivere? Della importanza della educazione per la libertà tutti
sono d'accordo. Senza contare che quasi nessuno, uomo o donna,
può scegliere chi sposare; che i più non sceglievano il proprio
mestiere né il luogo dove vivere e che ottenere giustizia per
aver subito un torto era cosa rara se non si era signori o
ricchi mercanti o anche professori universitari a Parigi o a
Bologna... Certo, esisteva una indiscussa libertà, quella di
morire se ci si ammalava seriamente. Un panorama che secondo Le
Goff e altri storici si prolunga, se non inalterato abbastanza
costante, in quel "lungo medioevo" durato nelle campagne
d'Europa fino a otto generazioni fa.
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