Specchio della mente
La modernizzazione
Il problema di Platone
La grammatica universale

 

 




 


Uno specchio della mente
Lo studio del linguaggio ha raggiunto risultati notevolissimi in questo secolo. La ricerca linguistica ha condotto a una comprensione profonda della natura e delle proprietà di questa fondamentale capacità umana riuscendo a dare risposte precise, seppure parziali, ad antiche domande. Inoltre, le idee e i modelli elaborati dai linguisti si sono rivelati esportabili ad altri domini del sapere. Certe nozioni della linguistica strutturale hanno influenzato profondamente gli studi letterari, antropologici, psicanalitici, mentre la ‘grammatica generativa’ ha contribuito in modo determinante alla ‘rivoluzione cognitiva’, che ha fondato su nuove basi lo studio scientifico della mente nella seconda meta del secolo. E' importante che il mondo della scuola si apra a questi risultati: da un lato l’apparato concettuale elaborato e le scoperte empiriche effettuate nello studio del linguaggio possono figurare a buon diritto nel bagaglio di conoscenze trasmesse dall’istruzione superiore; dall’altro, acquisire i rudimenti delle tecniche moderne di analisi del linguaggio aumenta considerevolmente la sensibilita linguistica del parlante, con ricadute potenzialmente importanti sia sulla consapevolezza nell’uso della lingua materna sia sull’apprendimento delle lingue straniere.

Specchio della mente

L’idea di studiare il linguaggio come ‘specchio della mente’non è nuova. Il linguaggio è una manifestazione tipica della mente umana, una capacità universale della nostra specie con caratteristiche sostanzialmente diverse dai sistemi noti di comunicazione animale; d’altro canto, il linguaggio umano e, più di altre capacità specifiche, accessibile allo studio e alla sperimentazione, grazie all’immediata disponibilità di dati linguistici di grande ricchezza qualitativa e quantitativa. Viviamo immersi nel linguaggio: il primo problema per lo studio scientifico del linguaggio consiste casomai nel riuscire a distanziarci da esso, per discernere le questioni intellettualmente interessanti al di la della presenza ovvia che accompagna tutta la nostra vita mentale e sociale.
Non è quindi sorprendente che il pensiero filosofico classico abbia visto nel linguaggio uno specchio della mente, e dunque un tramite privilegiato per l’accesso allo studio della mente umana. Ciò che è nuovo nel moderno studio del linguaggio come specchio della mente è il fatto che esso sia stato condotto, nella seconda metà del secolo, mediante modelli dotati di una certa profondità deduttiva, che specificano principi relativamente astratti, formulati con precisione e sottomessi a rigorosa verifica empirica.
Questa nuova prospettiva è stata aperta a partire dagli anni Cinquanta dalle idee di Noam Chomsky e dallo sviluppo del suo programma di ricerca, la grammatica generativa (Chomsky 1989 e 1998). Spessore deduttivo, precisione nelle formulazioni teoriche, accuratezza e varieta delle verifiche empiriche: queste sono le caratteristiche del cosiddetto stile galileiano, lo stile di ricerca che si è imposto nelle scienze della natura a partire dall’opera di Galileo Galilei.
In due parole, la rivoluzione chomskiana in linguistica e proprio questo: aver mostrato che il linguaggio, inteso come capacità cognitiva umana, poteva essere oggetto di ricerca nello stile galileiano.
Il moderno studio di mente e di linguaggio ruota attorno ad alcune questioni fondamentali.
Che cosa vuol dire sapere una lingua? Che tipo di sistema di conoscenze linguistiche, o ‘competenza linguistica’, possiede il parlante nativo di una qualsiasi lingua naturale? Come si acquisisce la conoscenza della lingua? Come la si mette in uso nell’espressione del pensiero e nella comunicazione?
Vi sono ovviamente molte altre questioni di immediata rilevanza linguistica e legate allo stesso nucleo problematico. Come sono concretamente rappresentate nel cervello le conoscenze linguistiche? Perchè l’acquisizione della seconda lingua in età adulta è cosi più difficile dell’acquisizione della lingua materna? Perchè e come cambiano le lingue nel tempo? Come e quando sono emerse le capacità linguistiche nell’evoluzione della nostra specie?... Possiamo tentare di definire precisamente queste e altre questioni a partire dal nucleo iniziale delle domande su conoscenza, acquisizione e uso del linguaggio, e delle risposte parziali che a esse siamo riusciti a dare.
La domanda relativa alla natura della competenza linguistica, in particolare, e epistemologicamente prioritaria. Non possiamo affrontare seriamente il problema dell’acquisizione della lingua senza avere un’idea relativamente precisa del punto di arrivo del processo di acquisizione, che e la competenza adulta: solo cosi si puo misurare l’ampiezza del compito cognitivo a cui ogni bambino e messo di fronte. Analogamente, lo studio dell’uso del linguaggio presuppone una conoscenza approfondita della sua organizzazione strutturale. Reciprocamente, acquisizione e uso del linguaggio pongono delle condizioni empiriche che una buona teoria della competenza deve rispettare. Per esempio, la teoria della competenza deve render conto del carattere ‘creativo’del normale uso del linguaggio: noi possiamo produrre e comprendere un numero illimitato di frasi nella nostra lingua materna, e nell’uso linguistico quotidiano ci imbattiamo continuamente in frasi nuove, che non abbiamo mai sentito o prodotto prima, e che pure ci risultano familiari; la competenza linguistica non può quindi consistere nella semplice memorizzazione di un insieme di frasi udite nell’infanzia. L’approccio, che si è rivelato ‘vincente’ alla domanda della competenza linguistica, è stato quello di guardare a essa come a una capacità di computazione mentale: sapere una lingua vuol dire possedere la capacità di ‘calcolare’strutture in modo rapido ed efficiente, ancorchè del tutto inconscio; ogni parlante possiede una funzione generativa in grado di computare un numero infinito di frasi e dunque, tipicamente, anche frasi mai udite prima; di qui il carattere creativo del normale uso linguistico. Più precisamente, ogni parlante deve aver memorizzato un lessico e possedere determinate procedure computazionali per combinare le parole in strutture più complesse, i sintagmi e le frasi; tali procedure sono semplici e uniformi, ma, applicandosi ricorsivamente, possono dar luogo a strutture assai complesse e variate, in effetti indefinitamente estensibili: una frase può sempre essere utilizzata come un costituente di una frase più grande (‘Mi hanno detto che Mario crede che la gente pensi che sua sorella abbia detto che’), senza limite superiore alla riapplicabilità del processo. A sua volta, il nostro lessico mentale ha una ricca struttura interna, che può essere espressa mediante lo stesso metodo: possediamo un inventario di elementi piu piccoli delle parole, i morfemi, e certe procedure computazionali per combinarli in parole; i morfemi sono a loro volta costituiti da elementi più piccoli, i fonemi, essi stessi suscettibili di una combinatoria retta da specifiche procedure computazionali. Studiando le nostre capacità linguistiche come possesso di un sistema di computazione mentale di elementi e strutture è stato possibile compiere rapidamente grandi progressi; la computazione mentale ai diversi livelli si è rivelata esprimibile mediante principi semplici e generali, per larga parte comuni a tutte le lingue umane. L’approccio ha inoltre profondamente influenzato lo studio di altre capacità cognitive, dalla capacità di interpretare il continuum delle percezioni visive in scene discrete nello spazio tridimensionale, di riconoscere le facce e il movimento naturale dei conspecifici, di interpretare gli eventi del mondo fisico in base a una intuitiva ‘fisica ingenua’, fino alla capacità di prendere decisioni razionali e a tanti altri aspetti della cognizione umana, che sono stati affrontati dalle scienze cognitive come possesso di specifiche competenze computazionali. (Gardner 1988).

La modernizzazione

I primi tentativi, compiuti negli anni Cinquanta e Sessanta, di modellizzare precisamente la competenza linguistica con grammatiche generative hanno rapidamente condotto a scoprire la straordinaria ricchezza e complessita di tale sistema di conoscenza, caratteristiche di cui le grammatiche normative e descrittive e i lessici tradizionali danno un’idea molto impoverita e approssimativa. Ciò non deve sorprendere: le grammatiche e i lessici tradizionali hanno scopi fondamentalmente pratici, servono di ausilio al parlante, e quindi fanno costantemente appello alla sua intelligenza
linguistica implicita; essi assumono come noto il sistema generale di conoscenze linguistiche del loro utente, e approfondiscono solo alcuni dettagli, in genere ai margini delle strutture portanti del sistema. Al contrario, nello studio scientifico del linguaggio l’interesse teorico e focalizzato proprio sulla natura del sistema di conoscenze linguistiche implicite del parlante; esso cessa quindi di essere presupposto e viene messo al centro della descrizione grammaticale. Dunque, lo sforzo di rispondere in modo esplicito e sistematico alla domanda della competenza linguistica ha rapidamente fatto emergere un sistema di conoscenze altamente e coerentemente strutturato, accessibile a uno studio con precise tecniche formali. Tali, significativi, risultati nella ricerca fondamentale non sono rimasti senza conseguenze nei domini applicativi: per esempio, hanno informato una nuova generazione di grammatiche descrittive, quale per l’italiano la grammatica di Renzi e dei suoi collaboratori (1988-91), in cui le generalizzazioni descrittive sono presentate con maggiore sistematicita e approfondimento, mentre l’apparato teorico con le sue complessità formali rimane sotto traccia.
Su quali dati empirici si può costruire una teoria della competenza linguistica? Un modo naturale e di partire dall’uso della competenza in concreti atti linguistici (esecuzione), che possiamo catalogare, analizzare, misurare con varie tecniche; da tali dati possiamo, poi, cercare di risalire alla sottostante competenza linguistica. Una tecnica che si e rivelata di grandissima utilita consiste nello sfruttare le capacità di riflessione metalinguistica del parlante. Oltre a produrre e capire frasi, ogni parlante può anche riflettere su di esse, dare giudizi intuitivi di grammaticalità o di interpretazione.
Qualunque parlante italiano ci può dire che ‘La signora ha comprato il giornale’ è una frase italiana possibile, mentre ‘*Giornale la comprato il ha signora’ non lo è; o che la frase ‘Mario guardava la ragazza con il binocolo’ è ambigua tra l’interpretazione ‘Mario guardava la ragazza che aveva il binocolo’ e l’interpretazione ‘Mario guardava la ragazza servendosi del binocolo’; mentre la frase ‘Mario la guardava con il binocolo’ non è ambigua, e ammette solo la seconda interpretazione della precedente; o che nella frase ‘Ogni bambino ama sua madre’, l’espressione ‘sua madre’, pur grammaticalmente singolare, può riferirsi a una pluralità di madri, mentre questo effetto non si riscontra in ‘Sua madre ama ogni bambino’, in cui ci si riferisce a un’unica persona, madre di qualcuno di cui si e parlato prima, che ha la caratteristica di amare ogni bambino, e via dicendo. Si noti che questi giudizi sono in linea di principio del tutto distinti dalle valutazioni normative (‘si dovrebbe dire cosi e non cosi’); essi possono essere dati con chiarezza anche da parlanti di varieta o lingue su cui non esiste alcuna codificazione normativa: per esempio, lo studio della sintassi dei dialetti italiani con queste metodiche ha avuto un forte impulso negli ultimi vent’anni (Beninca 1994). Dunque, sulla base dei giudizi metalinguistici del parlante, il linguista può facilmente accedere a certi aspetti del suo sapere linguistico implicito, valutare ipotesi alternative costruendo esperimenti cruciali, corroborarle, modificarle o abbandonarle sulla base degli esiti empirici.

Il problema di Platone

E', tuttavia, importante sottolineare che vi sono precisi limiti sugli aspetti della competenza linguistica a cui il parlante può accedere introspettivamente. I giudizi meta-linguistici sono in effetti solo la punta di un iceberg che resta inaccessibile alla coscienza: i parlanti non hanno alcun accesso introspettivo ai principi linguistici, che pur possiedono implicitamente e che permettono loro di produrre, comprendere, giudicare la forma e l’interpretazione di frasi mai udite prima. Un semplice esempio può illustrare questo punto. Se sentiamo una frase come ‘Gianni ha informato Maria del fatto che la vogliono candidare’, sappiamo immediatamente che il pronome ‘la’ si può riferire a Maria (oltreche, ovviamente, a qualunque altra persona di sesso femminile nel contesto del discorso): la ‘coreferenza’ tra i due termini è dunque possibile. In una frase, invece, come ‘Gianni la ha informata del fatto che vogliono candidare Maria’ la coreferenza non è ammessa: ‘la’ qui non si può riferire a Maria. Queste cose noi le sappiamo sulla base della semplice conoscenza grammaticale: possiamo dare tali giudizi anche senza conoscere una persona che si chiami Maria e senza avere alcuna altra conoscenza della concreta situazione discorsiva in cui queste frasi possono essere inserite. Il giudizio interpretativo è chiaro e immediato per qualunque parlante dell’italiano (e in effetti di qualunque lingua, visto che la restrizione in questione è universale, per quanto ne sappiamo), ma la procedura che mettiamo in atto per dare tale giudizio è del tutto inaccessibile all’introspezione: non siamo affatto consci del perchè le cose stiano cosi. In particolare non è in gioco un semplice principio d’ordine lineare del tipo ‘perchè la coreferenza sia possibile, il pronome deve seguire il nome’, visto che vi sono in italiano letteralmente una infinita di frasi in cui il pronome precede il nome, eppure la coreferenza è possibile (‘Tutti coloro che la conoscono bene dicono che Maria è molto abile’, ‘Quando la hanno ritrovata, Maria era allo stremo delle forze’ecc.). Solo sviluppando una teoria articolata delle nostre rappresentazioni mentali delle strutture linguistiche possiamo fare ipotesi plausibili sulla precisa relazione strutturale che consente la coreferenza, o qualsiasi altra proprietà formale o interpretativa non banale. Se la competenza linguistica fosse pienamente accessibile all’introspezione, la questione della natura della competenza linguistica non sarebbe di alcuna rilevanza scientifica: basterebbe chiedere al parlante di verbalizzare esplicitamente il suo sapere linguistico implicito. Ma non è cosi, non riusciamo a ‘vedere’ dentro noi i meccanismi della computazione linguistica che pur possediamo, e quindi lo studio della competenza non può che procedere per costruzione di ipotesi e modelli, e attraverso il tentativo di sottoporli a verifica il piu accuratamente possibile, come avviene nella normale pratica scientifica.
Come arriviamo a sapere tutto ciò che sappiamo sulla nostra lingua materna? Per esempio, come arriviamo a impadronirci dei principi regolanti la coreferenza, o uno qualunque degli infiniti, sofisticatissimi dettagli della nostra competenza adulta che non ci vengono insegnati? Questo è cio che Chomsky ama chiamare il problema di Platone, e la risposta è fondamentalmente quella del razionalismo classico: la nostra mente è organizzata fin dalla nascita per acquisire una qualunque delle lingue umane, possiede una ricca struttura iniziale dedicata al linguaggio, ciò che Charles Darwin chiamava ‘l’istinto di linguaggio’– termine recentemente ripreso nel popolare libro di Steven Pinker (1997) – e Ferdinand de Saussure ‘la facoltà di linguaggio’. Questa struttura iniziale è attivata, parzialmente trasformata e ulteriormente arricchita dall’esperienza linguistica cui abbiamo accesso nell’infanzia, dando luogo alla competenza adulta. In favore di questa versione moderna dell’approccio razionalista si possono addurre prove fondate sulla ‘povertà dello stimolo’: in molti casi l’esperienza linguistica disponibile al bambino è troppo povera, frammentaria e individualmente variabile per render conto di conoscenze invariabilmente riscontrate nelle competenze di tutti i parlanti (Chomsky 1989; Jackendoff 1998); in modo complementare, si possono studiare direttamente, mediante sofisticate tecniche sperimentali, certe proprietà dello stato cognitivo iniziale dei neonati per la percezione e la discriminazione dei segnali linguistici provenienti dall’ambiente (Mehler, Dupoux 1992); e lo studio delle patologie linguistiche può essere altamente informativo sulla specificità e le caratteristiche delle capacità di linguaggio rispetto alle altre capacità cognitive (Pinker 1997).

La grammatica universale

Vi sono dunque solide ragioni per assumere che la nostra specie sia equipaggiata di una facolta di linguaggio che ci consente di acquisire la lingua o le lingue a cui siamo esposti nella prima infanzia. A una teoria della facolta di linguaggio che ha avuto grande influenza nel dopoguerra è stato dato il nome di ‘grammatica universale’. La grammatica universale è un modello astratto dello stato cognitivo iniziale del bambino per il linguaggio, prima di qualunque esperienza linguistica. Essa è, dunque, una teoria del contributo della mente alla costituzione del sapere linguistico complesso che è la competenza adulta; e, perciò stesso, anche una teoria degli universali linguistici biologicamente necessari, delle proprietà invarianti nelle lingue in quanto determinate dalle caratteristiche intrinseche dell’organizzazione cognitiva dei parlanti. Lo studio della grammatica universale si avvale dell’integrazione di dati empirici e tecniche formali e sperimentali diverse: lo studio dettagliato della competenza adulta permette di identificare situazioni di povertà dello stimolo che evidenziano il contributo della mente, la comparazione linguistica permette di determinare empiricamente le proprieta invarianti attraverso le lingue, lo studio sperimentale di acquisizione e sviluppo consente di mettere in luce aspetti dello stato cognitivo iniziale e l’interazione mente-esperienza nella costituzione della competenza.
A partire dalla fine degli anni Settanta si è venuto imponendo un modello che concepisce la grammatica universale come un sistema di principi di computazione linguistica che specifica un certo numero di parametri: i principi esprimono l’invarianza, i parametri, punti di scelta tra opzioni alternative in genere binarie. Esprimono, poi, gli ambiti di possibile variazione interlinguistica. Per esempio, in italiano e in inglese il verbo e le altre teste lessicali precedono i complementi, in giapponese e in turco li seguono (‘leggo libri’, di contro ‘libri leggo’); in italiano e in spagnolo il pronome soggetto può essere omesso, ma non in inglese e in francese (‘*am reading a book’non è una alternativa possibile a ‘I am reading a book’, mentre ‘sto leggendo un libro’ e ben formata). In tutte le lingue germaniche moderne tranne l’inglese il verbo flesso delle frasi indipendenti si colloca in seconda posizione (il ‘verbo secondo’), mentre in inglese e nelle lingue romanze non è cosi ecc. (per una introduzione a tutto ciò, Haegeman 1996). In questo modello, la competenza linguistica adulta e semplicemente la grammatica universale con i parametri fissati in uno dei modi possibili: l’italiano è una lingua che fissa sul valore positivo i parametri del soggetto nullo e della testa iniziale, sul valore negativo quello del verbo secondo, e cosi via per gli altri parametri; il tedesco e l’olandese sono grosso modo l’immagine speculare dell’italiano rispetto a questi tre parametri; lo svedese ha caratteristiche analoghe al tedesco e all’olandese, ma non rispetto al parametro della testa, che e fissato sul valore iniziale come in italiano; l’inglese e il francese si approssimano ulteriormente all’italiano tranne che nel non ammettere i soggetti nulli, e cosi via. Questa riconduzione della diversità grammaticale a un numero limitato di parametri di un sistema altrimenti invariante non è per niente affatto circoscritta all’ambito delle lingue d’Europa: possiamo esprimere negli stessi termini uniformità e variazione tra le lingue dell’Africa, o quelle indiane d’America, o quelle aborigene d’Australia, o tra questi gruppi comparati tra loro.
L’acquisizione della lingua materna consiste, secondo questa prospettiva, nella fissazione dei parametri sulla base dell’esperienza (oltre alla memorizzazione dell’inventario lessicale). Per ogni bambino nei primi anni di vita, apprendere una lingua vuol quindi dire scegliere sulla base dei dati linguistici, accessibili tra un insieme di possibilita grammaticali generate dalla mente. Le possibilita non sostenute dall’esperienza vengono abbandonate, dimenticate dal bambino. La cosa è particolarmente chiara nell’acquisizione dei sistemi fonologici: la ricerca sperimentale mostra che tutti i bambini, alla nascita, sono sensibili a tutte le distinzioni fonologiche usate dalle lingue del mondo, per esempio sono in grado di discriminare tra i suoni ‘l’e ‘r’; tuttavia, i bambini esposti a lingue che non utilizzano questa distinzione nel loro sistema fonologico (il giapponese, per esempio) hanno già perduto la relativa capacità di discriminazione intorno al primo anno di vita, e cosi e per ogni possibile distinzione fonologica. Mehler e Dupoux (1992) parlano, a questo riguardo, di ‘apprendimento per dimenticanza’: il bambino seleziona le distinzioni usate nella lingua a cui è esposto, e perciò stesso scarta e ‘dimentica’ tutte le altre nell’inventario che gli è dato a priori. L’apprendimento per dimenticanza sembra applicabile a tutti i livelli dell’organizzazione linguistica, laddove esistano scelte parametriche da compiere. Platone è ancora ben presente, non solo nella definizione generale del problema dell’acquisizione della conoscenza, ma anche nelle specifiche soluzioni proposte in rapporto alle conoscenze linguistiche: la realta esterna non iscrive la sua struttura nella mente attraverso la percezione, come volevano i modelli empiristi; è piuttosto la mente che seleziona tra le sue risorse interne quelle che sono in accordo con le proprietà percepite.

Bibliografia

BENINCA Paola, La variazione sintattica. Studi di dialettologia romanza, Bologna, il Mulino,1994.
CHOMSKY Noam, La conoscenza del linguaggio. Natura, origine e uso, Milano, il Saggiatore,1989 (ed. orig. 1986).
CHOMSKY Noam, Linguaggio e problemi della conoscenza, Bologna, il Mulino, 19982 (ed.orig. 1988).
GARDNER Howard, La nuova scienza della mente. Storia della rivoluzione cognitiva, Milano,Feltrinelli, 1988 (ed. orig. 1985).
HAEGEMAN Liliane M. V., Manuale di grammatica generativa. La teoria della reggenza e del legamento, Milano, Hoepli, 1996 (ed. orig.1991).
JACKENDOFF Ray, Linguaggio e natura umana,Bologna, il Mulino, 1998 (ed. orig. 1993).
MEHLER Jacques, DUPOUX Emmanuel, Appenanato. Che cosa vede, sente, capisce un bambino sin dai primi giorni di vita, Milano, Mon-dadori, 1992 (ed. orig. 1990).
PINKER Steven, L’istinto del linguaggio. Come la mente crea il linguaggio, Milano, Mondadori,1997 (ed. orig. 1994).
RENZI Lorenzo, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 1988-91,2 voll.
 

Archivio


BABILONIA

300 LIBRI FAMOSI...