Il progetto BSCS ( Biological Sciences Curriculum Study ), a partire dal 1958, ha riunito biologi, insegnanti e ricercatori degli Stati Uniti con l'obiettivo di elaborare linee guida per l'innovazione non solo dei contenuti dei corsi scolastici, ma anche dei processi di insegnamento/apprendimento. I libri di testo BSCS sono pubblicati in Italia dall'editore Zanichelli

 






Nel ling. filosofico, la parola è stata usata anche con sign. più particolari; cosi, per es., nella filosofia medievale, la m. è la capacità di intendere intuitivamente, spesso distinta dalla ratio come facolta discorsiva; in G. Bruno, è l'atto supremo di conoscenza per il quale l'uomo perviene a comprendere l'unità del tutto; nella filosofia contemporanea, spec. anglosassone, il termine designa comprensivamente l'insieme delle attività generalmente riconosciute agli esseri umani (pensiero, volontà, ecc.), secondo il significato dell'ingl. mind, e la m. è stata oggetto di discussione soprattutto in relazione al rapporto fisico-psichico.

E' soltanto in epoca moderna che la m., intesa come attività intellettiva, coscienza e volonta, comincia a differenziarsi dall'anima e a rappresentare un problema per la riflessione filosofica, ponendosi a questa il compito di determinare la natura del suo rapporto con il corpo. Se con Cartesio si venne codificando quella soluzione dualistica che subito apparve controversa per le note difficolta della interazione tra le due sostanze eterogenee e a cui tentò di trovare soluzione l'occasionalismo , già Spinoza, tuttavia, aveva proposto una soluzione monistica, considerando il dualismo m.-corpo null'altro che una distinzione tra due attributi di una medesima sostanza, “Dio” o “natura”. Monistica, ma in senso radicalmente materialistico, era stata anche la soluzione di Hobbes, benchè si debba attendere il Settecento per la teorizzazione della determinazione degli stati psichici da parte di quelli fisici (J. O. La Mettrie, P.-H. D. Holbach, D. Diderot), fino alla psicologia fisiologica di P.-J.-G. Cabanis. Il parallelismo psicofisico (Th. G. Fechner, W. Wundt) e l'epifenomenismo (Th. H. Huxley, W. K. Clifford) sono i due estremi (l'uno vicino al dualismo, l'altro al materialismo) tra cui si colloca l'indagine psicologica e filosofica nell'Ottocento, secolo che vede anche la nascita dei primi studi sul cervello (F. J. Gall, P.-P. Broca). E' nel sec. 20°, comunque, e soprattutto in area anglosassone, che la ricerca filosofica sulla m. raggiunge i risultati piu significativi, grazie al neopositivismo e, più in generale, agli sviluppi della filosofia analitica. La fase fisicalistica (FISICALISMO) del neopositivismo, soprattutto per opera di R. Carnap, tenta di portare a compimento, anche per i termini mentalistici e le asserzioni su eventi mentali, il programma di riduzione empirica caratteristico della sua epistemologia. Relativamente a tali asserzioni, si trattava, in conformità al criterio empiristico di significato, di offrirne “traduzioni” che non facessero riferimento a presunti stati mentali, ma solo al comportamento osservabile. Un comportamentismo in chiave linguistica avrebbe caratterizzato anche il lavoro di G. Ryle, incline a considerare, in armonia con i presupposti della filosofia del linguaggio oxoniense, un'indebita ipostasi del linguaggio comune la nozione di una sostanza mentale. Sul piano dell'analisi linguistica, di grande influenza sarebbe stata soprattutto l'impostazione di L. J. Wittgenstein, per la quale il “significato” dei termini mentalistici e ricondotto all'addestramento linguistico e ai criteri pubblici che ne governano l'applicazione in relazione al comportamento, piuttosto che a una classe di eventi mentali privati conoscibili per introspezione. Un'impostazione completamente diversa, dovuta anche alla difficoltà di fornire interpretazioni comportamentistiche di alcuni riconosciuti fenomeni tipicamente mentali (come la percezione, la coscienza e quelli rientranti nella sfera dell'intenzionalita di cui parlava F. Brentano, come la credenza, il desiderio, gli stati rappresentazionali) è invece alla base di quello che, almeno a partire dagli anni Cinquanta, è stato forse il tentativo più ambizioso di operare una radicale riduzione dei fenomeni mentali a quelli fisici, noto come “teoria dell'identità”, teoria che si fa generalmente risalire al filosofo neopositivista H. Feigl, e che deve il suo nome al fatto che sostiene una completa identità della m. e le sue funzioni con il cervello e l'attività neurocerebrale. Questa dottrina doveva incontrare molti sostenitori (per es., gli australiani U. T. Place, J. J. C. Smart, D. M. Armstrong), ma anche varie obiezioni, la più interessante delle quali è certamente quella che riguarda la possibilità di conseguire leggi scientifiche di correlazione tra eventi mentali ed eventi neurocerebrali. In alcuni influenti scritti degli anni Settanta, D. Davidson ha per es. avanzato dubbi su questa possibilità, per via delle innumerevoli e variabili connessioni tra eventi mentali ed eventi neurocerebrali che le attribuzioni di stati mentali (credenze, desideri, ecc.) rendono legittimo ipotizzare; di qui l'ipotesi che ogni occorrenza mentale potrebbe essere realizzata in una molteplicità di stati neurofisiologici, rendendo cosi problematica l'individuazione di leggi psicofisiche. A conclusioni simili, sempre partendo dalla tesi della “realizzabilità multipla” degli eventi mentali, sono giunti anche i sostenitori del cosiddetto “funzionalismo” (H. Putnam, J. Fodor, D. Dennett), per i quali non soltanto uno stesso stato mentale potrebbe realizzarsi in stati neurocerebrali diversi, ma addirittura in stati di composizione completamente diversa da quelli neurofisiologici.
L'analogia preferita dai funzionalisti e quella tra la m. e il programma di un elaboratore digitale: gli stati mentali sarebbero come un software che puo essere realizzato in hardware differenti. Di qui la caratterizzazione degli stati mentali nei termini delle funzioni e delle operazioni da essi svolte nel sistema psichico e la implausibilità di ogni tentativo di riduzione della m. alla neurofisiologia. Da considerazioni di questo tipo, che pure in gran parte si mantengono entro l'ambito di un moderato materialismo, hanno preso l'avvio innumerevoli ipotesi sulle analogie e l'identità tra funzioni mentali e computer, spesso confinanti e intrecciantisi con le ricerche di intelligenza artificiale (e rientranti in quella vasta area che si suole denominare “scienza cognitiva”), anche se non mancano autorevoli obiezioni all'identificazione tra m. e computer (per es., da parte di J. Searle). In alternativa a tutte le precedenti concezioni e la teoria della m. di K. R. Popper e J. C. Eccles, i quali (nell'opera scritta in collab., The self and its brain, 1978; trad. it. 1982) propongono una forma di dualismo (che chiamano “interazionismo”) secondo cui agli stati mentali andrebbe riconosciuta un'esistenza autonoma. La coscienza, l'autocoscienza e i fenomeni “intenzionali” sarebbero, per Popper ed Eccles, proprietà emergenti dalla continua interazione tra linguaggio, cervello e cultura.

MODELLI SCIENTIFICI DELLA MENTE.
– Lo studio scientifico dei meccanismi biologici che, in tutte le specie animali e nell'uomo, producono e regolano le funzioni della m. è compito delle cosiddette neuroscienze, che abbracciano numerose discipline (biofisica, biochimica, neuroanatomia, neurofisiologia, neuropsicologia e psicofisiologia, psicobiologia, scienze del comportamento e scienze cognitive), nel quadro di un vasto progetto interdisciplinare inaugurato nel 1962 dal biofisico F. O. Schmitt, il fondatore del Neurosciences research program. Quel programma prevedeva il superamento delle tradizionali contrapposizioni tra approcci analitico-riduzionistici (“molecolari”) e olistico-sistemici (“molari”) che avevano accompagnato i pur straordinari progressi nella comprensione dei meccanismi cerebrali conseguiti nel 20° secolo. Oggi, mediante il ricorso sistematico ai concetti fondamentali della biologia molecolare e dell'immunologia, e la tendenza a privilegiare i modelli selettivi (darwiniani) rispetto a quelli istruttivi (lamarckiani), le neuroscienze sembrano in procinto di realizzarlo a tutti i livelli di spiegazione del cervello: genetico e bio-evolutivo (ivi compresi i meccanismi individuali di crescita e maturazione del sistema nervoso), neurofisiologico, psicobiologico e neurocomportamentale (volto a una comprensione integrata del cervello come centro di tutti gli aspetti, affettivi e cognitivi, implicati nel comportamento normale e patologico, innato e acquisito). Grazie soprattutto all'adozione di nuove tecniche riduzionistiche, invasive e non, si è accertato che i neuroni non sono dei semplici relè, ma vere e proprie microunità di elaborazione; che, negli aggregati neuronali, i singoli elementi sono massicciamente collegati tra loro non secondo lo schema di una rete elettrica, bensi come vere e proprie popolazioni cellulari organizzate in colonne, la cui struttura V. B. Mountcastle e altri avrebbero dettagliatamente studiato, dagli ultimi anni Cinquanta in poi, su tutta la corteccia, sensoriale, motoria e associativa; che i sistemi d'integrazione corticale e sottocorticale svolgono in realtà sia funzioni altamente localizzate, che solo alcuni aggregati di cellule sono capaci di eseguire, sia funzioni che richiedono l'attività simultanea di numerose aree corticali separate tra loro. Inoltre, gli esperimenti di commissurotomia (split-brain), condotti in quegli stessi anni da R. W. Sperry, M. S. Gazzaniga e i suoi collaboratori, hanno dimostrato che i due emisferi possono funzionare indipendentemente, anzi hanno propensioni significativamente diverse: per compiti di tipo verbale-analitico il sinistro, di tipo spaziale-emotivo-olistico il destro. Coscienza, autocoscienza e processi mentali di ordine superiore sembrerebbero dunque nient'affatto unitari e indivisibili. Lo sviluppo delle neuroscienze ha inoltre modificato anche i modelli generali della m.: dall'analogia col calcolatore digitale si e passati infatti a quella coi sistemi selettivi di vario tipo. Nella prima, la m. veniva intesa come il software di un calcolatore biologico, il cui hardware dipenderebbe a sua volta da un altro programma, quello genetico. Ma essa appare implausibile sia in senso letterale sia in senso solo funzionale (come nell'intelligenza artificiale), per via del carattere essenzialmente simbolico-algoritmico della computazione (A. Newell e H. A. Simon) e della specifica architettura seriale dei calcolatori (von Neuman), che non trovano riscontri biologici. Sicche crescente importanza stanno acquistando i modelli selettivi, come il “connessionismo” (D. E. Rumelhardt e J. L. MacLelland) e il “darwinismo neuronale” (G. M. Edelman). Nelle macchine connessionistiche l'intelligenza del sistema non sta in un programma, ma nello schema di interconnessione tra i nodi, ritenuto capace di modificarsi spontaneamente con l'esperienza. Allo stato attuale i modelli connessionistici risultano tuttavia troppo rigidi e astratti; essi, inoltre, come le reti di J. J. Hopfield (1982) e i vetri di spin di G. Parisi (1992), teorie biofisiche che mirano a spiegare le capacità di memoria e auto-organizzazione dei sistemi biologici, non riescono a cogliere i meccanismi della plasticità sinaptica e neuronale. Per il darwinismo neuronale, invece, il cervello e un tipo speciale di calcolatore biologico il cui straordinario sviluppo filogenetico e dovuto al grande valore selettivo della sua capacità di automodificarsi. Per spiegare ciò, Edelman ha proposto la “teoria della selezione di gruppi di neuroni”, che ha poi esemplificato negli automi della serie Darwin. In questi automi, l'organizzazione del sistema è limitata all'origine da regole innate generali (o valori) introdotte dal progettista in veste di fattori ereditari di tipo filogenetico, ma la configurazione finale scaturira, invece, al termine di un processo individuale d'interazione effettiva con l'ambiente (equivalente alla maturazione del sistema nervoso). Edelman ha esteso questa sua concezione anche allo sviluppo embrionale del cervello e all'epigenesi, criticando quei genetisti che nel differenziamento embrionale, corporeo e cerebrale, vedono la semplice espressione delle diverse parti del nostro corredo genetico. In realtà, non c'à abbastanza DNA per questo; quindi ogni cellula ricavera la maggior parte dell'informazione sul proprio sviluppo dalla sua posizione relativa e dalla sua stessa attività biochimica, mentre la maturazione del sistema nervoso dovra avvenire per eliminazione selettiva di connessioni preesistenti, spontaneamente insorte durante lo sviluppo ontogenetico, con un margine di variabilità fissato filogeneticamente, come suggerito anche dagli studi di P. Changeux e A. Danchin.


 

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