Nella cultura antica il concetto di sublime si ritrova per la prima volta documentato - esisteva forse da prima - nel cosiddetto Pseudo-Longino, in un’opera appunto intitolata Del sublime. Il termine è interessante.

 




 


In greco è Ïcow (hypsos), che vuol dire "ciò che è alto", ciò che ha carattere verticale. In latino "sublimen" ha due etimologie opposte: o "sub-limen", "altissimo", che sta sotto l’architrave della porta, o "sub-limo", "sotto il fango", cioè quelle cose abissali, nascoste da uno strato di bruttezza. Ad ogni modo, in entrambe i casi, nello Pseudo-Longino, che non si sa se sia del I secolo - alcuni l’hanno identificato con Petronio, l’autore del Satyricon, ma la cosa è improbabile - o forse del III secolo, il sublime è in rapporto al fruitore, cioè a colui che sente recitare o che assiste a spettacoli di carattere letterario. Quindi il sublime ha a che fare con l’effetto che un’opera d’arte produce su un animo nobile.



Il termine greco è interessante: megalophrosyne, che non si può tradurre "grandezza d’animo", piuttosto corrispondente, nella tradizione antica, a megalopsychìa, non è soltanto l’elemento della nobiltà, ma proprio l’elemento della verticalità, dell’altezza dell’uomo. Un’altezza quasi in senso letterale, perchè io, dice lo Pseudo-Longino, nel sentire recitare o nel leggere l’Odissea o una tragedia di Sofocle, mi sento crescere su me stesso, mi sento pieno di un orgoglio così grande, che mi innalzo su me stesso, mi gonfio, come dire, di questo sentimento del sublime, come se l’opera d’arte l’avessi fatta io. Quindi le caratteristiche del sublime antico sono: innanzitutto il rapporto eminente con testi letterari, in secondo luogo un tipo di retorica che viene messa in opera, in terzo luogo - ed è la cosa più importante - che questa anima è tanto grande da poter abbracciare l’universo; la natura - dice lo Pseudo-Longino - ha fatto l’uomo così grande che può contenere in sé l’universo.

La differenza col sublime moderno - la traduzione di questo testo appare a Basilea, nel 1544 - è che il sublime moderno è caratterizzato invece da uno shock, quello shock dovuto alle scoperte di Copernico e poi di Galilei e di Newton: la terra non è al centro dell’universo, ma siamo in una specie, come diceva Pascal, di "sentina del mondo", in uno spazio buio, in un carcere. Quindi non solo la terra, ma anche l’uomo non conta di per se stesso.

Da qui la percezione dell’immensità dello spazio in cui siamo perduti, ma anche la percezione dell’immensità del tempo che la terra e l’uomo hanno: il Seicento è il periodo in cui si smette di credere al fatto, letteralmente inteso, che la terra e l’universo siano stati creati in sei giorni e al settimo giorno Dio si sia riposato. Fa la sua comparsa un senso di essere sperduti in un posto buio e vuoto. Finisce il criterio antico dello Pseudo-Longino: non sono io che posso abbracciare l’universo, è l’universo che mi abbraccia e mi riduce a un essere infinitesimo: se mi confronto con la grandezza dell’universo, con l’immensità del tempo e dello spazio, io non sono altro che un granello di polvere.

  Il sublime nell’estetica e nell’arte


 

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