Gli esseri umani sono
intelligenti. Una caratteristica che nessuno osa mettere in
discussione. Eppure, se ci si chiede che cosa vuol dire 'essere
intelligenti' si scopre facilmente che le risposte sono le più
diverse. E in molti casi questa caratteristica, a prima vista
tutta umana, non sembra più così esclusiva. Gli animali, per
esempio, sono intelligenti? E le piante? E agenti biologici
elementari come i virus? E perchè non trovare l'intelligenza
anche in un computer, un robot, una macchina?
Insomma, le macchine possono pensare?
E' questa, schematicamente, la domanda al centro di una
disciplina complessa al confine tra logica, informatica,
linguistica, ingegneria e scienze cognitive chiamata
'intelligenza artificiale'.
Le macchine sono intelligenti? Il test di Turing
Questo campo di studi tecnico-scientifici (in breve IA)
si occupa del comportamento intelligente in sistemi artificiali.
Dove per intelligenza si intende una serie di capacità
eterogenee e generalmente complesse come ragionamento e
pianificazione, soluzione di problemi, apprendimento,
interazione con l'ambiente e con altri agenti, cooperazione e
comunicazione o elaborazione del linguaggio naturale. L'IA ha
tra i suoi obiettivi a medio termine lo sviluppo di macchine in
grado di compiere queste operazioni come o addirittura meglio
degli esseri umani. Il matematico inglese Alan Turing ha ideato
un test (test di Turing) per capire se le macchine sono o meno
intelligenti. Nella sua versione semplificata, una macchina deve
riuscire a ingannare un uomo che in una serie di domande e
risposte su uno schermo cerca di capire se l'interlocutore sia
una macchina o un essere umano come lui. A tutt'oggi nessun
sistema artificiale ha passato questo test, e ogni anno si
bandiscono premi per incentivare i programmatori a costruirlo.
Deepblue batte Kasparov agli scacchi: il computer può
pensare?
Tuttavia la prima fase dell'intelligenza artificiale
può dirsi conclusa l'11 maggio del 1997: quel giorno un computer
costruito dall'azienda americana Ibm chiamato Deepblue ha
battuto l'allora campione del mondo di scacchi Gary Kasparov in
un torneo di sei partite per 3,5 a 2,5.
Gli scacchi, infatti, sono stati fin dall'inizio uno dei campi
di studio e applicazione prediletti dall'IA. Un reticolo di 8
per 8 caselle, popolato da 32 oggetti con caratteristiche
definite sembrava un'arena abbastanza semplice per mettere alla
prova gli scienziati. Eppure si è dovuto attendere quasi mezzo
secolo prima che un computer sofisticatissimo battesse un essere
umano, sia pure un campione, al meglio di 6 partite.
Deepblue , quindi, è capace di pensare? La risposta più corretta
è: dipende da cosa significhi quel verbo. I teorici dell'IA si
dividono su due risposte. I sostenitori del programma 'forte'
sostengono che un computer correttamente programmato possa
dimostrare un'intelligenza pura, non distinguibile da quella
umana. Da Thomas Hobbes e Gottfried Leibnitz fino al nostro
secolo c'è chi pensa che ragionare, al fondo, non sia
nient'altro che calcolare. D'altra parte c'è chi ritiene,
'programma dell'IA debole', che un computer non potrà mai
ragionare, ma al massimo simulare alcuni processi cognitivi
umani (non tutti e certamente non tutti insieme).
I meccanismi dei processi cognitivi
I progressi tecnologici portano elementi a sostegno
dell'uno e dell'altro programma. Un obiettivo comune è però la
comprensione dei meccanismi alla base di processi cognitivi di
questo tipo e la costruzione di sistemi in grado di compierli in
modo soddisfacente. Computer e reti neurali, innanzitutto, ma
anche e soprattutto robot, macchine in grado di interagire con
l'ambiente, un'operazione che alcuni ritengono necessaria per
essere definiti agenti intelligenti. Questi obiettivi sono sia
tecnici che scientifici, perchι per costruire sistemi
intelligenti serve capire come questa caratteristica si
dispieghi in esseri viventi, umani e non umani. L'intelligenza,
infatti, puς prescindere o no dalla fisiologia umana? Può
prescindere dall'incorporamento in un determinato
soggetto-oggetto collocato nel suo ambiente? Secondo il filosofo
John Searle il pensiero puς esistere soltanto in macchine
speciali: gli organismi viventi. Al contrario, l'ipotesi del
'sistema fisico di simboli' proposta da Allen Newell e Herbert
Simon nel 1976 afferma che un sistema fisico di simboli θ
necessario e soprattutto sufficiente per un comportamento
intelligente. Il computer, quindi, vi si adatterebbe benissimo.
E cosμ qualsiasi altra macchina, perchι questa ipotesi prescinde
dal materiale (substrato fisico) di cui sono fatti i simboli.
I teorici delle reti neurali: i computer 'bambini'
Nel '900 si è arrivati a una nozione più complessa di
macchina. Non solo cavi e acciaio, ma anche e soprattutto
silicio. I computer hanno allargato a dismisura le possibilità
dell'intelligenza artificiale. E lo stesso sta accadendo grazie
alla migliore comprensione degli agenti biologici dopo la
scoperta del ruolo del Dna nel 1953.
I teorici delle reti neurali, per esempio, puntano molto sulle
capacità di autoapprendimento o autoregolazione dei sistemi che
costruiscono. Già lo stesso Turing, nel 1950, suggerì che la
vera strada per computer intelligenti era di costruirli
'bambini', dotandoli di tempo per sbagliare, imparare dai propri
errori e correggere il comportamento. Θ una strada che oggi si
segue con successo per operazioni semplici come muoversi in uno
spazio tridimensionale (imparare a 'camminare'), riconoscere
oggetti (percezione sensoriale), afferrarli (manipolazione),
interagire verbalmente (elaborazione di linguaggi naturali).
Sono tutte operazioni che gli esseri umani imparano in lunghi
anni di apprendimento protetto e sorvegliato dagli adulti. Lo
stesso accade oggi in molti laboratori di robotica.
Le macchine possono agire in senso morale?
Tra gli interrogativi infiniti suscitati da un concetto
come 'infanzia dei robot', ne va isolato uno, fin dall'inizio
complesso almeno come l'IA. Se le macchine sono intelligenti,
possono agire in senso morale? I robot sono responsabili delle
proprie azioni? Si pensi, per esempio, agli aerei radiocomandati
che iniziano a essere usati per uccidere presunti terroristi
(gli americani li chiamano Predator e anche l'Europa sta
lavorando a progetti militari di questo tipo). A oggi, la
decisione finale sull'esecuzione extragiudiziale spetta a un
comandante militare umano. E se in un futuro non fosse piω cosμ?
Se si automatizzasse l'interazione dei robot con il teatro di
battaglia e si costruisse una macchina in grado di dare ordini
ad altri robot? E ancora, se in una fabbrica un robot ferisce un
uomo è responsabile l'azienda che lo utilizza. Ma se in futuro i
robot fossero usati nelle case, per esempio per fare le pulizie,
chi dovrebbe essere responsabile delle loro azioni? In Giappone,
dove la popolazione θ piuttosto anziana, fior di ingegneri
lavorano già a questo tipo di macchine. E lo stesso accade per
robot da compagnia. Il 'cagnolino artificiale' (giapponese) Aibo
è un oggetto noto. Ma giΰ il prossimo anno sarΰ disponibile Qrio
, un pupazzo umanoide in grado di comportarsi come un bambino
(cammina, parla, gioca), anche se non è certo intelligente.
Interrogativi morali sono al centro delle riflessioni di
studiosi e scrittori di fantascienza giΰ da molti anni: è
necessario o no costruire un codice etico per le macchine?
Gli scenari da incubo evocati in molti film di fantascienza (
Matrix e Terminator su tutti) potrebbero
portare a un'unica conclusione: l'unica macchina autocosciente
buona è una macchina spenta. Tuttavia la ricerca continua e il
morale degli scienziati non è mai stato alto come in questo
inizio di millennio. |