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Aristotele ammette però, nel discorso scientifico, un
particolare tipo di metafora, la metafora ‘per analogia’, o
analogia di proporzione, in cui si esprime l’identità tra le
relazioni e non tra le cose, e adopera di frequente questo
procedimento nelle sue opere biologiche. Cosi, per esempio, le
branchie, per i pesci, sono come i polmoni per i mammiferi
branchie : pesci =
polmoni : mammiferi
e anche
branchie : acqua =
polmoni : aria.
L’espressione del
concetto sotto la forma di una proporzione esprime bene
l’identità di funzione tra organi respiratori cosi diversi dal
punto di vista anatomo-comparativo. Metafora vuol dire
‘trasferimento’. In Grecia, sui camion per i traslochi c’è
scritto Metaforai’. Il procedimento metaforico permette di
esplorare un nuovo campo di conoscenza, usando come mappa un
campo di conoscenza noto. E' evidentemente una sfida all’ignoto
o, per dirla con meno enfasi, un’ipotesi di lavoro. La notissima
metafora ‘per analogia’, riportata in tutti i manuali di chimica
biologica, proposta nel 1894 dal grande biochimico tedesco Emil
Fischer,
substrato : enzima =
chiave : serratura
ha tre pregi. Propone
infatti il modello della complementarità stereochimica tra
enzima e substrato, che spiega bene la specificita enzimatica; e
contemporaneamente istituisce un programma di ricerca che solo
di recente – con l’applicazione dei metodi cristallografici
avanzati alla configurazione terziaria delle proteine – e giunto
a confermare definitivamente l’ipotesi di partenza. Il terzo
pregio della metafora di Fischer sta, infine, nella sua
pertinenza e vivacità, come diceva Aristotele. L’immagine della
chiave e della serratura è cosi familiare, cosi evidente che
l’analogia è subito percepita e risulta quindi estremamente
efficace dal punto di vista didattico.
Il linguaggio scientifico perfetto
Non sempre le metafore
‘per analogia’ sono cosi lucidamente logiche. Il discorso
scientifico è a volte più complesso, ambiguo, allusivo, di
quanto gli stessi scienziati pensino. Nel discorso scientifico,
le metafore possono avere un ruolo «creativo» (Boyd 1983) per
far intuire e immaginare cose non dette o, addirittura, non
completamente comprese. Ma possono anche portare fuori strada il
destinatario, che le interpreta in modo non previsto dal
proponente. Occorre però andare per ordine e considerare
anzitutto l’idea di un discorso scientifico rigorosamente
univoco e coerente. La progettazione di lingue artificiali «che
dovevano servire a esprimere perfettamente le idee e a scoprire
eventualmente nuove connessioni tra gli aspetti della realtà»
(Eco 1996, p. 8) si è sviluppata soprattutto nel XVII e XVIII
secolo. Tipico esempio ne è l’idea di Leibniz di un’ars
combinatoria, in cui le essenze delle cose, definite da numeri,
potessero essere combinate secondo tutte le relazioni possibili,
anch’esse definite attraverso rapporti numerici, in modo che
ogni ragionamento, che consiste appunto in una combinazione di
concetti, si sarebbe trasformato in un calcolo (Mathieu 1991).
Leibniz ha cosi tanta fiducia nel suo progetto da chiedere una
rendita di 1200 scudi in quanto la sua «invenzione contiene
l’impiego della ragione intera, un giudice per le controversie,
un interprete delle nozioni, una bilancia per le probabilità,
una bussola che ci guidera per l’oceano delle esperienze, un
inventario delle cose, una tavola dei pensieri, un microscopio
per scrutinare le cose presenti, un telescopio per indovinare le
lontane, un calcolo generale, una magia innocente, una cabala
non chimerica, una scrittura che ciascuno leggera nella propria
lingua; e persino una lingua che si potra apprendere in poche settimane, e che avrebbe corso in tutto il mondo. E che
condurrebbe la vera religione ovunque essa passasse» (Lettera di
Leibniz del 1679, cit. in Eco 1996, pp. 5-6). Il progetto di
Leibniz non ebbe successo, anche se poteva prefigurare in una
certa misura alcuni aspetti dell’informatica e dell’uso dei
calcolatori (Mathieu 1991), e tuttora il discorso scientifico si
vale assai spesso di procedimenti del linguaggio naturale. Si è
ben lontani dall’eradicazione della retorica dal linguaggio
scientifico, non esiste un calcolatore che usi la realtà come
input e produca da solo il suo output, in un linguaggio
computazionale artificiale. Nei testi scientifici si possono
trovare analogie, simboli, metafore che non sono ornamento del
pensiero, ma una sua vera e propria condizione (Rhetorique [...]
1994). Lo stesso Aristotele, che combatte l’uso del linguaggio
poetico, il ricorso al mito, l’uso di metafore nel discorso
scientifico, di fatto entra in contraddizione con sè stesso. Per
spiegare l’importanza fondamentale e la funzione del cuore come
principio del calore animale utilizza, per esempio, una serie di
metafore in espansione (Vegetti 1994). Il cuore è paragonato al
focolare, intorno al quale si raccoglie la comunità familiare,
pacifica e ben ordinata. L’armonia della casa si riflette in
quella dell’organismo vivente. Ma il cuore è anche come
l’acropoli di una città ben amministrata, e la città è di nuovo
metafora del corpo vivente. L’hestia, il focolare, e la polis,
la città, sono metafore che appaiono come ‘immagini di vasta
portata’ (Gruber 1982), immagini complesse che svolgono un ruolo
produttivo nel ragionamento scientifico.
Altre due forme di metafore, piu semplici, ma importanti per un discorso
didattico.
La prima è la metafora che ha funzioni di catacresi, il cui uso
permette di ovviare a una lacuna del vocabolario. Il linguaggio
comune è pieno di queste metafore, basti pensare alla ‘gamba del
tavolo’, al ‘letto del fiume’, al ‘fianco della montagna’. Per
quasi tutte queste metafore il significato originale non viene
neanche più in mente mentre si parla; esse non evocano più campi
di associazioni mentali e vengono dette quindi metafore ‘morte’.
Morte non sono però per chi sta apprendendo a usare una lingua,
e cosi, bambini delle
elementari disegnavano un albero, con tronco, rami, foglie e
radici, all’interno del torace, dato che era usato
incautamente l’espressione anatomica ‘albero respiratorio’.
Anche il linguaggio scientifico è pieno di queste metafore, che
vengono prodotte soprattutto quando un campo disciplinare
richiede un vocabolario proprio, non bastando quello del
linguaggio comune. L’anatomia umana, per esempio, ne è piena, e
si va da semplici affermazioni di somiglianza, come il chiamare
‘fibula’ un osso della gamba, fino a immaginose identificazioni:
l’‘atlante’, la prima vertebra che regge il capo, cioe la parte
più nobile del corpo, prende nome da Atlante, il titano che
regge sulle sue spalle il mondo intero.
Una seconda categoria di metafore, che potrebbero essere
designate come metafore esegetiche e pedagogiche’ (Boyd 1983), è
importante perchè può fornire una prima immagine intuitiva di
fenomeni o processi, che saranno poi descritti con linguaggio
non metaforico. Basti pensare alla ‘catena’ dei trasportatori di
elettroni nella membrana mitocondriale interna, che evoca
l’immagine mentale di una catena umana che fa il passamano di
secchi d’acqua, per spegnere un incendio, e che deve diventare
poi la descrizione puntuale dei complessi plurimolecolari
attraverso i quali gli elettroni scorrono, in una successione di
piccole cadute di potenziale.
Le metafore costitutive di teorie
Nella costruzione delle
idee scientifiche ha maggiore importanza una terza forma di
metafora: quella cui si è accennato poco sopra, parlando delle
immagini proposte da Aristotele per discutere sulle funzioni e
sull’importanza del cuore. Si tratta delle metafore ‘costitutive
di teorie’, riguardo alle quali, come afferma Richard Boyd, il
lettore viene invitato a esplorare le somiglianze e le analogie
fra caratteri degli argomenti primari e secondari, compresi
caratteri non ancora scoperti o non ancora compresi
compiutamente (Boyd 1983). Le metafore ‘costitutive di teorie’,
oltre ad avere un ruolo genetico fondamentale nella formulazione
di un nuovo programma di ricerca, invitano a ricercare nuovi
caratteri degli argomenti primari e secondari, nuovi rapporti,
teoricamente rilevanti, di somiglianza e di analogia. In
biologia troviamo molti esempi di questa categoria di metafore,
soprattutto nel primo costituirsi di un nuovo programma di
ricerca. Howard Gruber che usa il
termine di «immagini di vasta portata», mette in risalto il
ruolo della metafora dell’albero nello sviluppo delle idee di
Charles Darwin. Nelle opere di Darwin, l’immagine schematica
dell’albero compare quattro volte, tre nei taccuini
sull’evoluzione, e una ne L’origine delle specie, in cui, si
noti, rappresenta l’unica illustrazione. I primi tre disegni si
susseguono rapidamente, in poche pagine del Primo taccuino, e
rappresentano graficamente diversi aspetti dell’idea che stava
maturando. Il primo ha tre rami, corrispondenti ai tre ambienti,
aereo, acqueo e terrestre, in un tentativo di correlazione tra
tassonomia ed ecologia. Il secondo mostra rami punteggiati alla
base, che rappresentano sequenze di forme estinte, e che
improvvisamente sbocciano in una miriade di nuove gemme, cioè di
nuove specie.
Nel terzo, Darwin introduce il concetto fondamentale, e tuttora
assai discusso, di estinzione: alcuni rami appaiono troncati da
un tratto trasversale, e l’appunto posto accanto alla figura
aggiunge «...si richiede [sottolineato!] l’estinzione». Gruber
commenta cosi queste immagini: «In breve, il modello ramificato,
l’immagine dell’albero irregolarmente ramificato della natura,
svolse un ruolo fondamentale fin dalle prime fasi del suo
pensiero sull’evoluzione. Esso capta molti punti: la casualita
della vita, l’irregolarità del panorama della natura,
l’esplosività della crescita e la necessità di frenarla, in modo
da mantenere costante il numero delle specie. E piu importante
di tutto, la dualita fondamentale per cui a ogni istante alcuni
devono vivere e altri morire» (Gruber 1982, p. 155). Molti autori predarwiniani hanno tentato di
descrivere con forme grafiche diverse la tassonomia delle
specie, da Charles Bonnet a George-Louis Buffon, da Peter Simon
Pallas a Jean Hermann, ma per essi il tempo, con le rivoluzioni
e con le perturbazioni che lo segnano, «non viene concepito in
quanto principio di sviluppo per gli esseri viventi nella loro
organizzazione interna; non è percepito che a titolo di
rivoluzione possibile nello spazio esterno in cui vivono»
(Foucault 1985, p. 168). Le scale, i fasci e i fili che
divergono e convergono, i poliedri descritti da questi autori
sono stabili e compiuti, solo l’albero cresce nello spazio e nel
tempo:
«Come i germogli crescendo danno origine a nuovi germogli, e
questi, se vigorosi, si ramificano e superano da ogni parte un
ramo più debole, cosi per generazione io credo sia avvenuto per
il grande albero della vita, che riempie la crosta terrestre con
i suoi rami morti e rotti e ne copre la superficie con le sue
sempre rinnovantisi, meravigliose ramificazioni» (Darwin 1967,
p. 196).
Le metafore esegetiche e pedagogiche
Sono forse quelle più
interessanti nella pratica dell’insegnamento e che spesso
prendono l’aspetto di modelli. Il discorso scientifico fa largo
ricorso ai modelli. Modelli che sono una rappresentazione
astratta della realtà, come le equazioni di Alfred James Lotka,
Vito Volterra e Umberto D’Ancona che descrivono la dinamica
delle interazioni tra popolazioni di prede e di predatori, o il
modello dell’operon, proposto da Jacob e Jacques Monod nel 1961
per spiegare la regolazione dell’espressione genica; o modelli
concreti che condividono alcune proprietà strutturali e
funzionali con la realtà modellata, come nel caso del
calcolatore come modello del cervello. Sfogliando qualcuno dei
manuali di biologia che si usano comunemente nella pratica
didattica, si trova continuamente l’uso di modelli e di
espressioni metaforiche. Tanto per ricordarne qualcuno, termini
come progetto, archivio di informazioni, codice, trascrizione,
traduzione, riconoscimento, controllo, adoperati di continuo nel
caso della biologia molecolare del gene; o ancora espressioni
come ‘cellula madre’ e ‘cellule figlie’, o le ‘catene, reti e
piramidi’, usate come modelli visivi in ecologia. Infine, tutto
quell’armamentario da ferramenta di ogni genere, da ingranaggi e
cremagliere a ruote di mulino, da pompe rotative e turbine a
carrucole, pulegge e cinghie di trasmissione, da riduzioni per
prese elettriche a incastri, chiavi e serrature che troviamo a
illustrare i processi biochimici (Bertolini 1989). Tutti questi
ultimi sono si modelli metaforici, ma sono anche e
contemporaneamente modelli visivi, trasferiscono cioè su
processi di per sè non visualizzabili, metafore pittoriche
facilmente comprensibili. Rudolf Arnheim, trattando della
necessità di sviluppare uno stretto rapporto tra educazione
artistica ed educazione scientifica, scrive che «lo scienziato e
il filosofo potranno esortare i propri allievi a guardarsi dalle
pure parole, ed insistere su modelli appropriati e chiaramente
organizzati. Ma non dovrebbero farlo senza l’aiuto dell’artista,
che è l’esperto in grado di organizzare un pattern visivo.
L’artista conosce la varietà di forme e di tecniche disponibili,
e possiede i mezzi per sviluppare l’immaginazione. E' avvezzo a
visualizzare la complessità
e a concepire i fenomeni e i problemi in termini visuali»
(Arnheim 1974, pp. 47-48). Anche nella
scienza, accanto al pensiero linguistico esiste un pensiero
visivo, in cui hanno un ruolo preminente le immagini mentali
visive. «Ciò che caratterizza il ruolo peculiare delle immagini
nei processi mentali e che esse permettono di vedere gli oggetti
in loro assenza» o, come in alcuni dei casi citati, nonostante
la loro invisibilità, «quando la realta non è presente, allora
le immagini mentali diventano un buon sostituto di essa»
(Ferretti 1998, p. 9). Per concludere, alcune
riflessioni di Jaime G. Carbonell e Steven Minton (1991), che
sostengono il ruolo di primo piano della metafora nel pensiero e
nella comunicazione linguistica. Lo scopo della metafora è
quello di trasmettere informazioni dal dominio di origine (noto)
al dominio target (ignoto). Le metafore possono quindi fungere
da modello per ragionare sul dominio target, anche se di esso
abbiamo una conoscenza largamente incompleta. I due autori
insistono sulla utilità didattica dell’uso di configurazioni
metaforiche per facilitare l’insegnamento di concetti astratti,
ma mettono anche in guardia l’insegnante perchè si accerti che
la proiezione metaforica non provenga da domini estranei
all’esperienza degli studenti. |