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I racconti dell'inizio
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• Steven
Weinberg, I primi tre minuti dell'universo (1977)
In principio ci fu un'esplosione: non un'esplosione come quelle
che si possono vedere sulla Terra, che partono da un centro
determinato e che si estendono inglobando un volume crescente
dell'aria circostante, ma un'esplosione che si verificò
contemporaneamente ovunque, riempiendo tutto lo spazio fin
dall'inizio, poiché ogni particella fuggiva da tutte le altre.
Qui, "tutto lo spazio" può significare sia tutto lo spazio di un
universo infinito, sia tutto lo spazio di un universo finito,
incurvato su se stesso come la superficie di una sfera. […]
Senza dubbio l'espansione dell'universo proseguirà per un certo
periodo. Quanto al suo destino ulteriore, il modello standard ci
enuncia solo una profezia equivoca: tutto dipende dal fatto che
la densità cosmica sia superiore o inferiore a una certa densità
critica. […]
Se la densità dell'universo è inferiore alla densità critica, la
sua estensione è infinita e la sua espansione proseguirà in
eterno. I nostri discendenti - se pur ne resteranno in
quell'epoca - vedranno le reazioni nucleari fermarsi
progressivamente in tutte le stelle, lasciando vari tipi di
ceneri: stelle nane nere, stelle a neutroni e forse buchi neri.
[…]
Se, al contrario, la densità cosmica è superiore alla densità
critica, l'universo è finito e la sua espansione potrà finire,
seguita da una contrazione accelerata. […] La contrazione è
semplicemente il processo inverso dell'espansione: dopo altri 50
miliardi di anni l'universo ritroverà la sua dimensione attuale,
e dopo altri 10 miliardi di anni si avvicinerà a un singolare
stato di densità infinita. […]
Comunque stiano le cose, tutti questi problemi cosmologici
possono trovare la loro soluzione; ma, qualsiasi processo si
riveli poi corretto, nessuno di essi è entusiasmante. È quasi
impossibile per gli esseri umani non credere che esiste una
relazione particolare tra loro e l'universo, che la vita non è
soltanto l'esito grottesco di una serie di accidenti radicati
nei primi tre minuti di vita del cosmo, e che, in un certo modo,
siamo stati concepiti ab ovo. Scrivo queste righe su un aereo
che sorvola lo stato del Wyoming a un'altitudine di 10.000 metri,
sulla rotta San Francisco-Boston. Laggiù la Terra sembra tenera
e confortevole: nuvolette fioccose qua e là, neve che assume una
sfumatura rosea alla luce del tramonto, strade che solcano il
paese da una città all'altra… Si fatica a credere che tutto ciò
sia solo una minuscola porzione di un universo schiacciante e
ostile. Ancora più difficile è credere che questo universo si
sia evoluto a partire da condizioni iniziali tanto poco
familiari che ce le possiamo immaginare a malapena, e che debba
finire con l'estinguersi in un freddo interminabile o in un
calore infernale. Più l'universo ci sembra comprensibile, più ci
appare assurdo.
(The first three minute: a modern view of the origin of the
universe, New York: Basic Books)
• Asimov, In principio (1981)
Il primo atto divino di cui la Bibbia dia notizia è la creazione
dell'universo. Ma poiché Dio è eterno, deve esserci stato un
periodo di tempo infinitamente lungo prima di questo atto
creativo. Che cosa faceva Dio durante questo tempo infinitamente
lungo?
"Creava l'inferno per quelli che fanno domande del genere",
sembra esclamasse Sant'Agostino quando gli fu posta questa
domanda.
Ignorando (se osiamo) Sant'Agostino, possiamo azzardare qualche
congettura. Dio, per esempio, potrebbe avere occupato il suo
tempo creando una innumerevole gerarchia angelica. E potrebbe
anche aver creato un numero infinito di universi, uno dopo
l'altro, ciascuno con finalità proprie; il nostro sarebbe
soltanto l'esemplare attuale della serie, a cui seguiranno
infiniti altri. Oppure Dio potrebbe non aver fatto altro, fino
al momento della creazione, che meditare sul suo infinito se
stesso.
Tutte le possibili risposte alla domanda in questione sono
tuttavia semplici supposizioni; nessuna è sorretta da prove. E
non solo mancano le prove scientifiche: non ci sono neppure le
risposte bibliche. Le risposte appartengono interamente alla
sfera della leggenda. Ma se passiamo nella sfera scientifica e
pensiamo a un universo eterno, dobbiamo chiederci che aspetto
avesse l'universo prima di assumere la forma attuale di circa 15
miliardi di anni fa. Anche qui bisogna ricorrere alle congetture.
L'universo potrebbe essere esistito durante l'eternità come
qualità sparsa ed estremamente rarefatta di materia e di energia,
lentissimamente coagulatasi in un piccolo oggetto ultradenso,
l'"uovo cosmico", poi esploso formando l'universo odierno: un
universo destinato a espandersi in perpetuo, fino a ridiventare
una quantità sparsa ed estremamente rarefatta di materia e di
energia. Oppure c'è un alternarsi di espansione e contrazione,
una serie infinita di uova cosmiche, che esplodono formando ogni
volta un nuovo universo. Il nostro è solo l'esemplare attuale di
una serie infinita.
La scienza, comunque, non è ancora riuscita a sapere quel che
accadde prima dell'esplosione dell'uovo cosmico, esplosione che
ha dato vita al nostro universo. La Bibbia e la scienza
concordano nell'incapacità di dire qualcosa di certo su ciò che
accadde prima di questo inizio. La differenza è questa: la
Bibbia non sarà mai in grado di dircelo. È un testo
definitivamente concluso, e su questo punto non dice nulla. La
scienza, invece, continua a evolversi, e forse un giorno sarà in
grado di rispondere a quesiti adesso insolubili.
(In The Beginning , Crown/Stonesong Press)
• Genesi, Capitolo 1
[1] In principio Dio creò il cielo e la terra. [2] Ora la terra
era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo
spirito di Dio aleggiava sulle acque.
[3] Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. [4] Dio vide che la
luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre [5]e chiamò
la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo
giorno.
[6] Dio disse: "Sia il firmamento in mezzo alle acque per
separare le acque dalle acque". [7] Dio fece il firmamento e
separò le acque che sono sotto il firmamento, dalle acque che
son sopra il firmamento. E così avvenne. [8] Dio chiamò il
firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
[9] Dio disse: "Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano
in un solo luogo e appaia l'asciutto".
E così avvenne. [10] Dio chiamò l'asciutto terra e la massa
delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. [11] E Dio
disse: "La terra produca germogli, erbe che producono seme e
alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme,
ciascuno secondo la sua specie". E così avvenne: [12] la terra
produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la
propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme,
secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. [13] E
fu sera e fu mattina: terzo giorno.
[14] Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per
distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le
stagioni, per i giorni e per gli anni [15] e servano da luci nel
firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne:
[16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare
il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle.
[17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la
terra [18] e per regolare giorno e notte e per separare la luce
dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. [19] E fu sera e
fu mattina: quarto giorno.
[20] Dio disse: "Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli
volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo". [21]
Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che
guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e
tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che
era cosa buona. [22] Dio li benedisse: "Siate fecondi e
moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si
moltiplichino sulla terra". [23] E fu sera e fu mattina: quinto
giorno.
[24] Dio disse: "La terra produca esseri viventi secondo la loro
specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro
specie". E così avvenne: [25] Dio fece le bestie selvatiche
secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e
tutti i rettili del suolo secondo la loro specie.
E Dio vide che era cosa buona. [26] E Dio disse: "Facciamo
l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui
pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte
le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla
terra".
[27] Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.
[28] Dio li benedisse e disse loro:
"Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra".
[29] Poi Dio disse: "Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e
che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che
produce seme: saranno il vostro cibo. [30] A tutte le bestie
selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri
che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in
cibo ogni erba verde". E così avvenne. [31] Dio vide quanto
aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu
mattina: sesto giorno.
• Rigveda - X, 129
1. Allora non c'era il non essere, non c'era l'essere; non c'era
l'atmosfera, né il cielo che è al di sopra. Che cosa si muoveva?
Dove? Sotto la protezione di chi? Che cos'era l'acqua (del
mare), inscandagliabile, profonda?
2. Allora non c'era la morte, né l'immortalità: non c'era il
contrassegno della notte e del giorno. Senza (produrre) vento
respirava per propria forza quell'Uno; oltre a lui non c'era
nient'altro.
3. Tenebra ricoperta da tenebra era in principio; tutto questo (universo)
era ondeggiamento indistinto. Quel principio vitale che era
serrato dal vuoto generò se stesso come l'Uno mediante la
potenza del proprio calore.
4. Il desiderio del principio sopravvenne a lui, il che fu il
primo seme della mente. I saggi trovarono la connessione
dell'essere nel non-essere cercando con riflessione nel loro
cuore.
5. Trasversale fu tesa la loro corda: vi fu un sopra, vi fu un
sotto? Vi erano fecondatori, vi erano potenze: sotto lo stimolo,
sopra l'appagamento.
6. Chi veramente sa, chi può spiegare donde è originata, donde
questa creazione? Gli dei sono al di qua (posteriori) della
creazione di questo mondo; perciò chi sa donde essa è avvenuta?
7. Donde è avvenuta questa creazione, se l'ha prodotta o se no,
colui, che di questo (mondo) è il sorvegliatore nel cielo
supremo, egli certo lo sa, seppure non lo sa.
(tr. it. di V. Papesso)
• Rigveda, X, 90
Quando divisero il Purusa, in quante parti lo fecero? Che cosa è
chiamato la sua bocca, che cosa sono chiamate le cosce e i piedi?
Il brahmana fu la sua bocca, le braccia divennero il rajanya (il
guerriero), le sue cosce il vaishya (l'artigiano), dai piedi
nacque il shudra (il servitore). La luna nacque dalla mente, il
sole nacque dall'occhio, dalla bocca (gli dei) Indra e Agni
dalla bocca, dal respiro nacque Vayu. Dall'ombelico originò
l'atmosfera, dalla testa il cielo, dai piedi la terra,
dall'orecchio i punti cardinali: così formarono i mondi.
• Il gigante Pangu
All'inizio nell'universo predominava soltanto il caos tenebroso.
Questa tenebra prese la forma di un uovo, e in quest'uovo nacque
Pangu, il primo essere vivente. Pangu dormiva, nutrito e
protetto dall'uovo. Quando, dopo molti anni, si svegliò, Pangu
era cresciuto a dismisura: era diventato un gigante. Egli si
stirò, rompendo l'uovo. Le parti più leggere e più pure
dell'uovo salirono in alto e formarono il cielo; le parti più
pesanti e più impure sprofondarono e formarono la terra. Questa
fu l'origine delle forze che si chiamano yin e yang. Pangu
temeva che il cielo e la terra si riunissero e, per evitarlo, si
frappose fra loro come un gigantesco pilastro; mise i piedi
sulla terra e sollevò sulle spalle il cielo. Per i successivi
diciottomila anni Pangu crebbe tre metri al giorno, cosicché il
cielo e la terra furono così lontani che non avrebbero potuto
riunirsi. Alla fine il cielo e la terra restarono per sempre
distanti cinquantamila chilometri. Pangu, stremato per l'enorme
fatica, stramazzò al suolo e morì. Alla sua morte, dalle diverse
parti del suo corpo si formarono i fenomeni naturali. Il suo
respiro si trasformò nel vento e nelle nuvole, la sua voce si
trasformò nel tuono e nel chiarore, il suo occhio sinistro
divenne il sole, quello destro la luna. I quattro punti
cardinali e le montagne sorsero dai suoi arti e dal suo tronco,
il suo sangue formò i fiumi che attraversano la terra, le sue
vene formarono le strade e i sentieri, la sua carne divenne
alberi e terra, i capelli sulla sua testa divennero le stelle
nel cielo, mentre la sua pelle e i peli del suo corpo si
trasformarono in erba e fiori. Metalli e pietre sorsero dai suoi
denti e dalle sue ossa, il suo sudore si trasformò in rugiada e
i parassiti sul suo corpo formarono le diverse razze degli
esseri umani. In questo modo il gigante Pangu creò l'universo.
• La creazione del mondo yakima
Agli inizi del mondo v'era solo acqua. Whee-me-me-ow-ah, il
Grande Capo Lassù, viveva su nel cielo tutto solo. Quando decise
di fare il mondo, venne giù in luoghi dove l'acqua era poco
profonda e cominciò a tirar su grandi manciate di fango che
divennero terraferma.
Fece un mucchio di fango così alto che per il gelo divenne duro
e si trasformò in montagne. Quando cadde la pioggia, questa si
trasformò in ghiaccio e neve sulle cime delle alte montagne. Un
po' di quel fango indurì e divenne roccia. Da quel tempo le
rocce non sono mutate, sono diventate solo più dure.
Il Grande Capo Lassù fece crescere gli alberi sulla terra, e
anche radici e bacche. Con una palla di fango fece un uomo e gli
disse di prendere i pesci nell'acqua, i daini e l'altra
selvaggina nelle foreste. Quando l'uomo divenne malinconico, il
Grande Capo Lassù fece una donna affinché fosse la sua compagna
e le insegnò come preparare le pelli, come trovare cortecce e
radici, e come fare dei cesti con quelle. Le insegnò quali
bacche usare per cibo e come accoglierle e seccarle. Le mostrò
come cucinare il salmone e la cacciagione che l'uomo portava.
(da: Miti e leggende degli indiani d'America, a cura di R.
Erdoes e A. Ortiz, Milano, ed. Paoline)
• Chatwin, The Songlines (1987)
In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa,
separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un
crepuscolo indistinto. Non c'erano né Sole né Luna né Stelle.
Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri
spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da
emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al tramonto; erano
senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre
nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole
occidentali.
Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che
un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c'erano né animali né
piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche:
grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro
né veglia é sonno: ciascuno aveva in sé l'essenza della vita o
la possibilità di diventare umano.
Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costellazioni, il
Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno
tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del
deserto, l'iridescenza di un'ala di farfalla, i vibranti baffi
bianchi di Vecchio Uomo Canguro - assopiti come i semi del
deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.
Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di
nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato).
Il Sole squarciò improvvisamente la superficie e inondò la Terra
di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni
Antenato.
Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del
Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e
stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i
secoli avevano dormito in solitudine. Accadde così che quel
primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del
Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che
generava dei figli. L'Uomo Serpente sentì i serpenti
strisciargli fuori dall'ombelico. L'Uomo Cacatua sentì le piume.
L'Uomo Bruco sentì una contorsione, la Formica del Miele un
prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L'Uomo
Bandicoot sentì piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue
ascelle. Ogni "essere vivente", ciascuno nel suo diverso luogo
di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d'acqua)
gli Antenati distesero una gamba, poi l'altra. Scrollarono le
spalle e piegarono le braccia. Si alzarono facendo forza contro
il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i
figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta di un
neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la
bocca e gridò: "Io sono!". "Sono il Serpente… il Cacatua… la
Formica del Miele… il Caprifoglio…". E questo primo "Io sono!",
questo primordiale "dare nome", fu considerato, da allora e per
sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell'Antenato.
Ogni Uomo del Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse
un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un
passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al
pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a
sinistra, chiamò tutte le cose alla vita e coi loro nomi intesse
dei versi.
Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando:
cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune
di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l'amore,
danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono
una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando
ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo
sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni
sprofondarono nel terreno, lì dov'erano. Altri strisciarono
dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro "Dimore
Eterne", ai pozzi ancestrali che li avevano generati.
Tutti tornarono "dentro".
(tr. it. Le vie dei canti, Milano: Adelphi, 1988: 101)
• Il discorso della freccia
Il reverendo Malunkyaputta va a trovare il Maestro e gli esprime
il suo stupore per il fatto che la predicazione del Maestro
lascia senza soluzione una serie di questioni, proprio fra le
più importanti e profonde. Il mondo è eterno o è limitato nel
tempo? Il mondo è infinito o ha una fine? […]
[Così risponde il Buddha:]
"Un uomo è stato colpito da una freccia avvelenata: subito gli
amici e i parenti hanno chiamato un abile medico. Che accadrebbe
se il malato si mettesse a dire: - Io non voglio lasciarmi
medicare la ferita finché non sappia che uomo è quello che mi ha
colpito, se è un nobile o un Bramano, un Vaishya o un Shudra - o
se dicesse: - Io non voglio lasciarmi medicare la ferita finché
non sappia come si chiama l'uomo che mi ha ferito e a quale
famiglia appartiene, se è alto o basso o di media statura e
com'è fatta l'arma che mi ha colpito? - Come andrebbe a finire?
Che l'uomo morrebbe dalla ferita.
Per quale ragione il Buddha non ha insegnato ai suoi discepoli
se il mondo è finito o infinito, se il santo continua o no a
vivere di là della morte? Perché la conoscenza di queste cose
non fa fare alcun progresso sulla via della santità, perché ciò
non serve alla pace e alla illuminazione, ecco che cosa Buddha
ha insegnato ai suoi discepoli: la verità sul dolore, la verità
sull'origine del dolore, sulla soppressione del dolore, sulla
via che mena alla soppressione del dolore. Per questo appunto,
Malunkyaputta, quello che non è stato rivelato da me, resti
irrivelato, e quello che è stato rivelato, sia rivelato.
(da H. Oldenberg, Budda, TEA: 1992: 296-297) |
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