|
Lo scenario non è vero, ma ce n’è uno
simile che è del tutto reale. Solo che non si parla di Buddha,
ma di Gesù Cristo; non della comunità buddhista, ma della Chiesa
cattolica; non di Suzuki e del suo ordine zen ma di san
Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui fondata;
non del Dalai Lama ma di Giovanni Paolo II. Il romanzo in
questione ha venduto tre milioni e mezzo di copie negli Stati
Uniti, è sbarcato anche in Italia e la Sony ne sta traendo un
film, che sarà diretto da Ron Howard e per cui è già cominciata
una propaganda internazionale. Come è stato correttamente
osservato dallo storico e sociologo americano Philip Jenkins, il
successo di questo prodotto è solo un’altra prova del fatto che
l’anti-cattolicesimo è “l’ultimo pregiudizio accettabile” (è il
titolo di un libro di Jenkins: The New Anti-Catholicism. The
Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, New York
2003).
Il Codice Da Vinci (trad. it., Mondadori, Milano 2003) mette in
scena una caccia al Santo Graal. Quest’ultimo – secondo il
romanzo – non è, come la tradizione ha sempre creduto, una coppa
in cui fu raccolto il sangue di Cristo, ma una persona, Maria
Maddalena, la vera “coppa” che ha tenuto in sé il sang réal (in
francese antico il “sangue reale”, da cui “Santo Graal”), cioè i
figli che Gesù Cristo le aveva dato. La tomba perduta della
Maddalena è dunque il vero Santo Graal. Apprendiamo inoltre che
Gesù Cristo aveva affidato una Chiesa che avrebbe dovuto
proclamare la priorità del principio femminile non a san Pietro
ma a sua moglie, Maria Maddalena, e che non aveva mai preteso di
essere Dio. Sarebbe stato l’imperatore Costantino (280-337 d.C.)
a reinventare un nuovo cristianesimo sopprimendo l’elemento
femminile, proclamando che Gesù Cristo era Dio, e facendo
ratificare queste sue idee patriarcali, autoritarie e anti-femministe
dal Concilio di Nicea. Il progetto presuppone che sia soppressa
la verità su Gesù Cristo e sul suo matrimonio, e che la sua
discendenza sia soppressa fisicamente. Il primo scopo è
conseguito scegliendo quattro vangeli “innocui” fra le decine
che esistevano, e proclamando “eretici” gli altri vangeli “gnostici”,
alcuni dei quali avrebbero messo sulle tracce del matrimonio fra
Gesù e la Maddalena. Al secondo, per disgrazia di Costantino e
della Chiesa cattolica, i discendenti fisici di Gesù si
sottraggono e secoli dopo riescono perfino a impadronirsi del
trono di Francia con il nome di merovingi. La Chiesa riesce a
fare assassinare un buon numero di merovingi dai carolingi, che
li sostituiscono, ma nasce un’organizzazione misteriosa, il
Priorato di Sion, per proteggere la discendenza di Gesù e il suo
segreto. Al Priorato sono collegati i templari (per questo
perseguitati) e più tardi anche la massoneria. Alcuni fra i
maggiori letterati e artisti della storia sono stati Gran
Maestri del Priorato di Sion, e alcuni – fra cui Leonardo da
Vinci (1452-1519) – hanno lasciato indizi del segreto nelle loro
opere. La Chiesa cattolica, nel frattempo, completa la
liquidazione del primato del principio femminile con la lotta
alle streghe, in cui periscono cinque milioni di donne. Ma tutto
è vano: il Priorato di Sion sopravvive, così come i discendenti
di Gesù in famiglie che portano i cognomi Plantard e Saint
Clair.
Molti obiettano a qualunque critica del romanzo che si tratta,
appunto, di fiction che in quanto tale non è tenuta a rispettare
la verità storica. Questi critici hanno semplicemente
dimenticato di leggere la pagina “Informazioni storiche” (pagina
7 dell’edizione italiana), dove Brown afferma che “tutte le
descrizioni (…) di documenti e rituali segreti contenute in
questo romanzo rispecchiano la realtà”, e si fondano in
particolare sul fatto che “nel 1975, presso la Bibliothèque
Nazionale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note
come Les Dossiers Secrets” con la storia del Priorato di Sion.
La parte che anche l’autore presenta come immaginaria ipotizza
che il Priorato oggi si appresti a rivelare il segreto al mondo
tramite il suo ultimo Gran Maestro, un curatore del Museo del
Louvre che si chiama Jacques Saunière. Per impedire che questo
avvenga, Saunière e i suoi principali collaboratori sono
assassinati. Uno studioso di simbologia americano, Robert
Langdon, è sospettato dei crimini, ma una criptologa che lavora
per la polizia di Parigi – Sophie Neveu, la nipote di Saunière –
crede nella sua innocenza e lo aiuta a fuggire. Il lettore è
indotto a credere che responsabile degli omicidi sia l’Opus Dei
(sul cui conto si ripetono le più crude “leggende nere” – cento
volte smentite, ma dure a morire – desunte dalla letteratura
internazionale che la critica, esplicitamente citata), ma le
cose sono più complicate. Un nuovo Papa progressista ha deciso
di rescindere i legami fra la Chiesa e l’Opus Dei che risalgono
a Giovanni Paolo II, e il prelato dell’Opus Dei accetta la
proposta che gli proviene da un misterioso “Maestro”: pagando a
questo personaggio una somma immensa, potrà ricattare la Santa
Sede impadronendosi delle prove del segreto del Priorato di Sion
– cioè della “verità” su Gesù Cristo – e minacciando di
rivelarle al mondo. Un ex-criminale ora numerario dell’Opus Dei
è “prestato” al Maestro, ed è quest’ultimo che lo spinge a
commettere una serie di crimini. In realtà, il “Maestro” lavora
per se stesso: è un ricchissimo studioso inglese, anti-cattolico,
che vuole rivelare il segreto al mondo e accusa il Priorato di
tacere per timore della Chiesa. Tra morti ammazzati, enigmi e
inseguimenti Robert Langdon e Sophie – tra cui nasce anche
l’inevitabile storia d’amore – finiscono per scoprire la verità:
la tomba della Maddalena è nascosta sotto la piramide del Louvre,
voluta dall’esoterista e massone presidente francese François
Mitterrand (1916-1996), ma il sang réal scorre nelle vene della
stessa Sophie, che è dunque l’ultima discendente di Gesù Cristo.
Solo la diffusa ignoranza religiosa spiega come qualcuno possa
prendere sul serio un tale cumulo di affermazioni a dir poco
ridicole. Ci sono testi del primo secolo cristiano dove Gesù
Cristo è chiaramente riconosciuto come Dio. All’epoca del Canone
Muratoriano (che risale circa al 190 d.C.) il riconoscimento dei
quattro Vangeli come canonici e l’esclusione dei testi gnostici
era un processo che si era sostanzialmente completato,
novant’anni prima che Costantino nascesse. Quanto alla Maddalena,
lo gnostico Vangelo di Tommaso, che piace tanto a Brown – ben
lungi dall’essere un testo proto-femminista – ne fonda la
grandezza sul fatto che diventa uomo: al n. 114, a Pietro che
obietta al ruolo della Maddalena “perché le donne non sono degne
della Vita”, Gesù risponde: “In verità la guiderò fino a che
diventi maschio, così che possa diventare anche lei uno spirito
vivente come voi che siete maschi. Perché ogni donna che
diventerà maschio entrerà nel Regno dei Cieli”. La cifra di
cinque milioni di streghe bruciate dalla Chiesa cattolica è del
tutto assurda, e Brown si dimentica del fatto che nei paesi
protestanti la caccia alle streghe è stata più lunga e virulenta
che in quelli cattolici. L’idea stessa di un “codice Da Vinci”
nascosto nelle opere dell’artista italiano è stata definita
“assurda” dalla professoressa Judith Veronica Field, docente
alla University of London e presidentessa della Leonardo Da
Vinci Society (cfr, fra i molti riferimenti, Gary Stern, “Expert
Dismiss Theories in Popular Book”, The Journal News, 2.11.2003).
A fronte di questi svarioni, quello del traduttore italiano che
chiama la torre dell’orologio del parlamento inglese “Big Bang”
invece di “Big Ben” (p. 438) sembra quasi un peccato veniale.
Inoltre, chi conosca un poco la storia delle mistificazioni sul
Graal sa che nel Codice Da Vinci c’è ben poco di nuovo: tutto è
già stato detto in centinaia di libri su Rennes-le- Château, e –
benché il nome di questa località francese non sia mai
menzionato nel romanzo di Brown – i cognomi Saunière e Plantard
fanno chiaramente riferimento alle stesse vicende.
Rennes-le-Château è un paesino francese del dipartimento
dell’Aude, ai piedi dei Pirenei orientali, nella zona detta del
Razès. La popolazione si è ridotta a una quarantina di abitanti,
ma ogni anno i turisti sono decine di migliaia. Dal 1960 a oggi
a Rennes-le-Château sono state dedicate oltre cinquecento opere
in lingua francese, almeno un paio di best seller in inglese e
un buon numero di titoli anche in italiano. Se ne parla anche in
film, e in fumetti di culto, come Preacher o The Magdalena. Il
paesino si trova all’interno di quel “paese cataro”, cioè della
zona dove l’eresia dei catari ha dominato la regione ed è
sopravvissuta fino al XIII secolo, che una sapiente promozione
ha reso in anni recenti una delle più ambite mete turistiche
francesi. Rennes-le-Château rimarrebbe però una nota a piè di
pagina nel ricco turismo “cataro” contemporaneo se del paese non
fosse diventato parroco, nel 1885, don Berenger Saunière
(1852-1917). È a lui che fanno riferimento tutte le leggende su
Rennes-le-Château.
Il parroco Saunière era soprattutto un personaggio bizzarro. Nel
1909 si rifiuta di trasferirsi in un’altra parrocchia e nel
1910, dopo avere perso un processo ecclesiastico, subisce una
sospensione a divinis. Pure privato della parrocchia, rimane
fino alla morte nel paese, che aveva arricchito con nuove
costruzioni – fra cui una curiosa “torre di Magdala” – e
scandalizzato con una serie di scavi nella cripta e nel cimitero,
alla ricerca non si sa bene di che cosa. Diventato più ricco di
quanto fosse consueto per un parroco di campagna, si favoleggia
che abbia trovato un tesoro. Tutto poteva spiegarsi, peraltro –
come sospettava il suo vescovo – con un meno romantico traffico
di donazioni e di messe. In epoca recente si è sostenuto che
Saunière avesse scoperto nella cripta importantissimi
manoscritti antichi, ma quelli che sono emersi sono falsi
evidenti del XIX se non del XX secolo. È possibile che – nel
corso dei lavori per restaurare la chiesa parrocchiale (un’attività
che va in ogni caso ascritta a merito dell’originale parroco) –
don Saunière avesse scoperto qualche reperto di epoca medioevale,
ma in ogni caso non in quantità sufficiente da arricchirsi. Si
continua a ripetere anche che Saunière sarebbe stato in rapporti
con ambienti esoterici di Parigi, ma di questo non vi è nessuna
prova. La figura di Saunière non è priva di interesse, e le sue
costruzioni mostrano che si trattava di un uomo singolarmente
attento alle allegorie e ai simboli, sulla scia di una
tradizione locale. Ma nulla di più ha mai potuto essere provato.
La leggenda di Saunière non sarebbe continuata nel tempo se la
sua perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953) – cui il sacerdote
aveva intestato le proprietà e le costruzioni di Rennes-le-Château,
per sottrarle al vescovo con cui era in conflitto – non avesse
continuato per anni, anche per incoraggiare eventuali acquirenti,
a favoleggiare di tesori nascosti. E se un altro personaggio,
Noel Corbu (1912-1968), dopo avere acquistato dalla Denarnaud le
proprietà dell’ex-parroco per trasformarle in ristorante, non
avesse cominciato, a partire dal 1956, a pubblicare articoli
sulla stampa locale dove – animato certo anche dal legittimo
desiderio di attirare turisti in un borgo remoto – metteva i
presunti “miliardi” di don Saunière in relazione con il tesoro
dei catari.
Negli anni 1960 le leggende diffuse da Corbu su scala locale
acquistano fama nazionale dopo avere attirato l’attenzione di
esoteristi – fra cui Pierre Plantard (1920-2000), che aveva
animato in precedenza il gruppo Alpha Galates ed era stato anche
condannato per truffe a sfondo esoterico – e di giornalisti
interessati ai misteri esoterici come Gérard de Sède, che
pubblica nel 1967 L’or de Rennes. Tre autori inglesi di
esoterismo popolare – Michael Baigent, Richard Leigh e Henry
Lincoln – si incaricheranno di elaborare ulteriormente le sue
idee, trasformandole in una vera industria editoriale (grazie
anche alla BBC, che batte la grancassa) avviata con la
pubblicazione, nel 1979, de Il Santo Graal. Secondo de Sède e i
suoi continuatori inglesi, il parroco aveva scoperto il segreto
di Rennes-le-Château, dove sarebbe depositato non solo un tesoro
favoloso – variamente attribuito al tempio di Gerusalemme, ai
visigoti, ai catari, ai templari, alla monarchia francese, e cui
il sacerdote avrebbe attinto solo per una piccola parte –, ma
anche – rivelato dalle presunte pergamene ritrovate da don
Saunière, dalle iscrizioni del cimitero, dalle forme stesse
degli edifici e di quanto si trova nella chiesa parrocchiale –
un tesoro di tipo non materiale, la verità stessa sulla storia
del mondo. Nel paesino pirenaico esisterebbero i documenti in
grado di provare che Gesù Cristo – verità accuratamente nascosta
dalla Chiesa cattolica – aveva avuto figli da Maria Maddalena,
che questi figli portano in sé il sangue stesso di Dio e che
pertanto hanno il diritto di regnare sulla Francia e sul mondo
intero. Che il Santo Graal sarebbe, più propriamente, il sang
réal, il “sangue reale” dei discendenti fisici di Gesù Cristo, è
affermato da quando Plantard entra nella storia di Rennes-le-Château.
Il Codice Da Vinci si limita a ripetere questa affermazioni. Per
prudenza, afferma Plantard, la discendenza dei merovingi da Gesù
Cristo sarebbe sempre stata mantenuta come un segreto noto a
pochi. Ma i catari, i templari, i grandi iniziati – dallo stesso
Saunière al pittore Nicolas Poussin (1594-1655), il quale ne
avrebbe lasciato una traccia nel suo famoso quadro del Louvre I
pastori di Arcadia, che raffigurerebbe precisamente il panorama
di Rennes-le-Château – hanno custodito il segreto come cosa
preziosissima, lasciando trapelare di tanto in tanto qualche
indizio.
Oggi, naturalmente, un Priorato di Sion esiste. È fondato nel
1956 da Pierre Plantard (che si fa chiamare anche “Plantard de
Saint Clair”, inventandosi un titolo nobiliare di fantasia che è
alle origini delle affermazioni de Il Codice Da Vinci secondo
cui anche “Saint Clair” è un cognome “merovingio”), con tanto di
atto notarile e carte da bollo. Plantard ha lasciato intendere
di essere egli stesso un discendente dei merovingi e il custode
del Graal. La prova che il Priorato esiste da mille anni
dovrebbe consistere nel nome di un piccolo ordine religioso
medievale chiamato Priorato di Sion. Questo è effettivamente
esistito (e finito), ma non c’entra nulla né con i merovingi né
con presunti discendenti di Gesù Cristo. È difficile non
concludere che il collegamento fra Rennes-le-Château, i
merovingi e il Priorato di Sion è puramente leggendario, e che
il Priorato è un’organizzazione esoterica le cui origini non
vanno al di là dell’esperienza di Plantard e dei suoi
collaboratori. Non è esistito nessun Priorato di Sion (nel senso
in cui oggi se ne parla) prima dell’arrivo di Plantard a Rennes-le-Château.
Ora, naturalmente esiste: ma solo dal 1956.
Nella pagina “Informazioni storiche” de Il Codice Da Vinci si
afferma, come si è accennato, che tutta la storia è confermata
da documenti inoppugnabili, in parte ritrovati nel 1975 nella
Biblioteca Nazionale di Parigi. I documenti, però, sono stati
“ritrovati” dalle stesse persone che li avevano nascosti nella
Biblioteca Nazionale di Parigi: Plantard e i suoi amici. Ed è
certissimo che non si tratta di documenti antichi ma di falsi
moderni. Il principale autore dei falsi, Philippe de Chérisey (morto
nel 1985), ha confessato di avere partecipato alla loro
falsificazione (lamentandosi perfino per non avere ricevuto il
compenso pattuito, argomento su cui esistono lettere
dell’avvocato di Chérisey). Quanto al Poussin, la “prova” del
suo collegamento con Rennes-le-Château avrebbe dovuto essere la
fotografia di una tomba presente nel territorio del paesino
francese, oggi distrutta, ma cui Poussin si sarebbe ispirato per
il suo quadro I pastori di Arcadia. Peccato però che della tomba
siano stati ritrovati il permesso e i piani di costruzione,
datati 1903: la tomba è dunque posteriore di quasi trecento anni
al quadro del Poussin. Nessun “documento” e nessuna “prova”,
dunque. Solo fantasie, buone per vendere romanzi più o meno
appassionanti, ma che dal punto di vista strettamente storico
devono essere considerate autentica spazzatura. |