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ATENA : Sempre ti ho visto, o figlio di Laerte,
cercar di cogliere un'opportunità contro i nemici; ed anche ora ti
scorgo presso l'accampamento marittimo di Aiace , dove egli occupa
la posizione estrema , già da tempo seguire ed esaminare le sue orme
da poco impresse, per vedere se è o no nella tenda. E ben ti guida
il sagace passo come di cagna spartana ; perché l'uomo è da poco
nella tenda , stillante il capo di sudore e le mani omicide. Né ti è
più necessario spiare dentro a questa porta, ma dire perché ti
assumesti questa cura, affinchè tu apprenda da chi sa.
ODISSEO: O voce di Athena, fra le divinità a me
carissima , come ben riconoscibile, sebbene tu sia fuori dal mio
sguardo , odo la tua parola, e l'afferro nel mio cuore, come di
tromba tirrena dall'orifizio di bronzo. Anche ora ben comprendesti
che io muovo il passo in cerca di un nemico, di Aiace portatore di
scudo: perché di lui, e di nessun altro, da tempo vado in traccia.
Invero, questa notte ha commesso contro di noi un'azione
inconcepibile, se pure è stato lui a commetterla, nulla sappiamo di
sicuro, ma erriamo nell'incertezza, e spontaneamente mi sobbarcai io
a questa fatica. Giacchè poco fa abbiamo trovato ucciso tutto il
bestiame, trucidato da mano umana insieme con i guardiani. E ognuno
ne attribuisce la colpa a lui. Anzi un testimone mi dice,
riferendomi i particolari, di averlo visto solo, con la spada
intrisa di fresco sangue, procedere a balzi per la pianura: onde io
subito mi lancio sulle orme, e alcune ne identifico, ma per altre
resto stupefatto, e non so comprendere di chi siano . Sei giunta a
proposito: perché in tutte le cose, come nelle passate così in
quelle future, io mi lascio guidare dalla tua mano.
A.: Lo so , Odisseo, e già da tempo venni sul tuo
cammino, vigile custode alla tua caccia
O.: Ora dunque, amata sovrana, volgo il mio sforzo in
direzione opportuna?
A.: Si, perché di questo tuo uomo queste sono le
imprese
O.: E a che scopo egli spinse così la mano insana?
A.: D'ira gravato per le armi di Achille
O.: E perché piomba con tale impeto sul bestiame?
A.: Credendo di bagnare la mano nel vostro sangue
O.: Davvero era questo il proposito contro gli
Argivi?
A.: E l'avrebbe attuato, se io me ne fossi
disinteressata
O.: Con quali atti di audacia e violenza d'animo?
A.: Di notte contro voi con inganno si lancia da solo
O.: E ci fu davvero addosso e pervenne alla mèta?
A.: Già si trovava alle porte dei due generali
O.: E come trattenne la mano avida di sangue?
A.: Sono io che, gettandogli negli occhi false
visioni, lo privo della funesta gioia e lo distolgo verso il
bestiame, verso i depositi del gregge, custodito dai mandriani,
ancora confuso ed indiviso . Colà avventatosi egli faceva strage
delle cornute bestie, spezzando il filo delle reni tutt'intorno; e
credeva di uccidere con la sua propria mano ora i due Atridi,
avendoli in suo potere, ora l'uno o l'altro dei condottieri,
piombando loro addosso. E l'uomo che infuriava nel morbo di follia
io incitai, lanciai in funesti lacci. Poi, quando cessò da tale
strage, avvinti in ceppi i buoi ancora vivi e tutte le pecore, se li
trascina nella tenda, ritenendoli uomini e non preda cornuta, ed ora
legatili insieme lì dentro li ingiuria e li tormenta. E ti mostrerò
chiaramente questo suo male, affinchè tu possa affermare a tutti gli
Argivi di averlo visto.
Abbi coraggio e resta , non considerare costui una
calamità per te! Perché io, deviando la luce dei suoi occhi,
impedirò che egli veda il tuo volto. Olà, te che leghi con i ceppi
le mani dei prigionieri io invito ad avvicinarti, te Aiace chiamo:
vieni davanti alla tua dimora
O.: Che fai, Atena? Non chiamarlo fuori!
A.: Non te ne resterai in silenzio senza mostrare
viltà?
O.: No, in nome degli dei, ma basta solo che egli
rimanga dentro!
A.: Perché non avvenga che cosa? Costui prima non era
un uomo?
O.: Nemico, certo, a me, come oggi ancora
A.: Forse che il riso più dolce non è ridere in
faccia ai nemici?
O.: A me pur basta che egli resti nella sua tenda
A.: Temi di vederti di fronte un uomo impazzito?
O.: Certo, per timore non lo eviterei, se fosse in
senno
A.: Ma neppure ora avverrà che egli ti veda, sebbene
tu gli sia molto vicino
O.: Come, se pur con i suoi propri occhi egli vede?
A.: Offuscherò gli occhi, anche se restano veggenti
O.: Tanto può avvenire quando un dio disponga
A.: Ora dunque sta' fermo in silenzio e rimani come
ti trovi
O.: Rimarrò, ma vorrei trovarmi fuori!
A.: Olà, Aiace, ti chiamo per la seconda volta.
Perché ti curi così poco della tua alleata?
AIACE : Salve, Atena, salve, figlia di Zeus! Come ben
mi assistesti: ed io ti incoronerò con spoglie di puro oro in
ringraziamento di questa caccia
ATENA: Bene dicesti: ma spiegami questo: immergesti
bene la spada nell'esercito argivo?
AI.: Mi è lecito il vanto, e non nego ciò
AT.: E anche negli Atridi vibrasti la mano?
AI.: In tal maniera che, lo so bene, non potranno mai
più disonorare Aiace
AT.: Dunque sono morti, come intendo le tue parole
AI.: Ora che sono morti, vengano pure a rubarmi le
mie armi!
AT.: Bene! E che ne è del figlio di Laerte? Quale
destino ha avuto da te? O è riuscito a sfuggirti?
AI.: Mi chiedesti dunque la scaltra volpe come si
trova?
AT.: Si, dico Odisseo, il tuo avversario
AI.: Graditissimo prigioniero, o mia regina, egli
siede lì dentro; perché voglio che non muoia ancora
AT.: Prima che tu faccia che cosa o qual maggior
vantaggio tu ottenga?
AI.: Prima che egli, legato ad una colonna del mio
proprio letto…
AT.: Via, quale male farai all'infelice?
AI.: …finalmente muoia, il dorso imporporato dalla
sferza
AT.: No, via, non torturare così l'infelice!
AI.: Io desidero, Atena, compiacerti in qualunque
altra cosa, ma egli pagherà questa pena, non un'altra
AT.: Dunque, poiché è tuo piacere farlo, affrettati,
non astenerti da nulla di quanto mediti
AI.: Muovo appunto all'opera; e desidero da te che
sempre come tale alleata tu mi assista
ATENA: Vedi, Odisseo, la potenza degli dei quanto è
grande? Chi poteva esser trovato più accorto di quest'uomo o più
valente nell'agire al momento opportuno?
ODISSEO: Non ne conosco nessuno; tuttavia ho pietà di
lui infelice, sebbene sia nemico, perché è aggiogato ad orribile
sciagura; e considero il suo destino al pari del mio: vedo, invero,
che noi, quanti viviamo, null'altro siamo se non fantasmi o vana
ombra
A.: Tali cose dunque vedendo tu non dire mai alcuna
parola arrogante contro gli dei e non assumere alcun orgoglio, se
più di un altro sei potente per forza o per immensità di ricchezza.
Giacchè un giorno abbassa e poi rialza tutte le cose umane; gli dei
amano i saggi ed odiano i protervi . |